Lavoro, Ballarè: “Il fiscal drag frena la crescita, serve una riforma Irpef che parta dal ceto medio”
Roma, 22 lug. (Adnkronos/Labitalia) – “In Italia esiste un problema strutturale che impedisce la crescita dei salari, con due conseguenze distinte ma collegate tra loro. La prima riguarda i redditi bassi: la produttività non cresce e, di conseguenza, non crescono tutti i redditi lordi nel loro complesso. Su questo fronte i governi che si sono succeduti sono intervenuti, giustamente, con misure di sostegno ai redditi più bassi. Questo intervento, però, ha reso evidente un secondo problema: i redditi medio-alti italiani, pur essendo complessivamente più bassi di quelli di altri paesi europei, scontano un netto ancora più penalizzato rispetto agli standard internazionali. È infatti sui redditi più elevati, dove si concentra il prelievo fiscale, che il fiscal drag e la conseguente perdita di potere d’acquisto si fanno sentire maggiormente”. Così il presidente di Manageritalia, Marco Ballarè, sul tema dei salari.
Secondo Ballarè, “la conseguenza diretta è la fuga di talenti, giovani e meno giovani, verso paesi dove possono guadagnare di più: senza queste risorse e competenze, la crescita del Paese resta bassa”. “Per questo è necessario intervenire sul ceto medio, riducendo il carico fiscale e alzando lo scaglione di riferimento. I dati presentati ieri dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio nello studio ‘La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche’ confermano questa lettura”, sottolinea.
Per il presidente di Manageritalia, “la riduzione media delle retribuzioni lorde reali di circa il 6% dal 1990 a oggi evidenzia una perdita di potere d’acquisto che incide sulla competitività del Paese, sui consumi e sulla capacità di attrarre e trattenere competenze. Lo studio dell’UPB evidenzia inoltre come, per i redditi più elevati, il carico fiscale effettivo sia aumentato negli ultimi tre decenni principalmente a causa del cosiddetto fiscal drag, determinato dalla mancata indicizzazione all’inflazione degli scaglioni Irpef e degli altri parametri monetari dell’imposta. La soglia individuata dall’UPB è pari a circa 35.100 euro annui (a prezzi 2026): al di sotto di questo livello il sistema fiscale attuale risulta più favorevole rispetto al 1990, mentre al di sopra diventa progressivamente più oneroso”.
Secondo Ballarè, “l’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio conferma ciò che Manageritalia sostiene da tempo: non è più rinviabile una profonda rimodulazione dell’Irpef che restituisca equità al sistema fiscale e sostenga il reddito netto di lavoratori dipendenti e pensionati”.
Per il presidente di Manageritalia, “le misure adottate finora per sostenere i redditi più bassi sono state giuste e necessarie, ma hanno reso ancora più evidente il secondo nodo irrisolto: l’erosione del potere d’acquisto e il drenaggio fiscale hanno progressivamente aumentato il peso dell’imposizione su una parte sempre più ampia di lavoratori con redditi medio alti, penalizzando proprio chi produce valore, competenze e crescita. Se non correggiamo questo squilibrio rischiamo di continuare a perdere talenti che vanno a lavorare, e a pagare le tasse, altrove”.
“Adeguare gli scaglioni all’inflazione e rendere il sistema più coerente con l’evoluzione dei redditi -continua ancora- significa rafforzare la competitività delle imprese e sostenere la domanda interna. Occorre rendere automatico l’adeguamento all’inflazione, restituire ai lavoratori dipendenti il fiscal drag e innalzare lo scaglione corrispondente all’aliquota media fino a 60.000 euro, intervenendo così sul ceto medio. Una riforma dell’Irpef non è soltanto una misura fiscale: è una scelta di politica economica a favore della crescita del Paese”, conclude.
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