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Mantovani (Manageritalia): “Congresso momento strategico nostra organizzazione”

14 Giugno 2024

Milano, 14 giu. (Adnkronos/Labitalia) – “L’Italia ha bisogno di raccontare le storie di successo, le tante storie di successo che la animano, che non sono soltanto le nicchie, i piccoli grandi successi, pure importanti per connotarci come l’elite mondiale in tanti ambiti, ma anche la forza di un Paese di 60 milioni di abitanti che sa portare avanti con coraggio e con responsabilità la crescita di un Paese”. A dirlo Mario Mantovani, presidente Manageritalia, aprendo il VI congresso della Federazione dei manager del terziario.

“Noi – spiega – crediamo di essere parte di questo sistema e pensiamo che il nostro impegno, come Manageritalia, sia di dare risposte ai nostri associati, ai nostri stakeholder, al mondo di cui facciamo parte e di migliorarci. La ragione di un congresso è proprio questa, quella di trovare le aree di miglioramento. Questo è un momento strategico della nostra organizzazione”.

“Chi ha fondato Manageritalia – ricorda – ha voluto proprio che si aprisse un nuovo ciclo con un momento fondante di strategia. Le nostre strategie non nascono in piccole stanze, non nascono soltanto con il contributo delle intelligenze, dei leader e dei consulenti, nascono soprattutto con il momento congressuale. Ci sono altri momenti di elaborazione, di sviluppo, di progettazione, di esecuzione fondamentali, ma il momento fondante è quello congressuale, nel quale dobbiamo portare anche un approccio che è tipico di quello dei manager, seguendo la regola aurea per la quale si dedica il 20% del tempo all’analisi dei problemi e l’80% alle soluzioni”.

“Vorrei solo dare – afferma il presidente Mantovani – qualche spunto sui temi congressuali. Partiamo dal territorio: quando parliamo di territorio parliamo delle peculiarità che nel nostro sistema sono ancora più accentuate. Il 60% dei nostri associati è in Lombardia, vive in Lombardia, ed opera in Lombardia e quindi abbiamo uno squilibrio che non è soltanto Nord-Sud, ma addirittura anche all’interno del Nord. Ecco, allora dobbiamo riflettere attentamente su ciò che significa autonomia, peraltro oggetto anche di un importante progetto di legge, che cosa significa identità e che cosa significa comunità”.

“Credo – sostiene – che occorre partire da queste parole quando si parla di autonomia e identità; bisogna essere consapevoli di un’identità distinta e complementare rispetto a quelli che condividono con noi la responsabilità di un paese, di un continente. Dobbiamo costruire una comunità, non deve essere però una suddivisione amministrativa, cioè non deve partire dai confini amministrativi, non deve partire da una sorta di sovranismo locale, in cui si cerca di esercitare un potere, di avere un territorio più piccolo, immaginando di controllarlo meglio rispetto ad un mondo, ahimè, molto più complicato”.

“Quindi – continua – se un disegno anche di riforma istituzionale puntasse sulle autonomie, sulle peculiarità, sulle capacità amministrative locali che esistono nel nostro paese, per costruire poi in Europa un sistema, uno Stato più grande, sarebbe sicuramente un messaggio di grande innovazione e di grande crescita. Capace di superare probabilmente quei limiti che oggi hanno gli stati nazionali e che impediscono di prendere delle decisioni che tutti noi attendiamo nel nostro continente in Europa. Ma se invece diventa un disegno per cercare di spartirsi le fette di una torta che purtroppo si immagina sempre delle stesse dimensioni, allora non funziona; allora è un elemento di divisione, è un elemento appunto di sovranismo”.

“E’ – sottolinea – un elemento di sovranismo locale che fa male al nostro paese. Noi nel nostro sistema abbiamo trovato delle modalità di compensazione, abbiamo dei meccanismi di solidarietà interna che ci consentono di dare servizi allo stesso modo su tutto il territorio, pur con le dovute differenze evidentemente di dimensioni, utilizzando le risorse che mettiamo in comune, con delle regole evidentemente, non a fondo perduto diciamo, però comunque… e consentendo di avere questo tipo di omogeneità. Nel piccolo è un esempio. Parlando poi di territori, in particolare del Sud, che giustamente è stato inserito in questo congresso come uno degli elementi di riflessione, non vengo dal Sud, ma conosco abbastanza bene tanti territori per dire che non si può parlare del Sud come un’entità unica, ma c’è una pluralità rappresentata anche da tante eccellenze”.

Riferendosi poi al turismo il presidente Mantovano ricorda che “ha un ruolo indubbiamente importante, però sul turismo dobbiamo essere molto attenti e capire che non è un’installazione fissa, non è un vestito che va bene per tutti. Noi abbiamo almeno tre esigenze nei nostri territori più a vocazione turistica, che poi sono quasi tutti in Italia. Abbiamo aree in cui certamente c’è necessità di sviluppare il turismo, di aumentare le presenze, di aumentare la capacità ricettiva, di aumentare le infrastrutture. Abbiamo aree invece in cui c’è ‘overturismo’, in cui la pressione portata dalle persone è eccessiva e non consente più un equilibrio tra chi ci vive e chi frequenta queste aree”.

“Poi – elenca – abbiamo delle grandi aree in cui abbiamo bisogno di persone che ci vivano, abbiamo bisogno di residenti, perché stanno diventando deserti. Questa situazione è affrontabile con una logica di redistribuzione dei territori. Ci sono dei tempi della vita e delle esperienze che consente appunto di vivere in luoghi diversi, anche per alcuni periodi dell’anno, con dei meccanismi più simili a quelli del residente, se non proprio quelli del residente”.

Parlando del welfare il presidente di Manageritalia ricorda che “il nostro sistema che abbiamo costruito negli anni, in cui crediamo, è centrato sulla complementarietà del welfare contrattuale rispetto al welfare pubblico in senso stretto, al welfare statale, in cui negli ultimi anni anche le imprese attraverso il meccanismo del welfare contrattuale si sono integrate. Però il centro di questo welfare contrattuale è un modello, non è semplicemente una legge. Il nostro sistema è un centrato sulla complementarietà del welfare contrattuale, non è semplicemente una serie di strumenti sviluppati nel tempo da organizzazioni come le nostre, dai sindacati e dai rappresentanti delle imprese. E’ un vero e proprio modello e va costruito, coltivato, manutenuto nel tempo. Va messo, a nostro parere, al centro di tutte le politiche di welfare”.

“Noi – illustra – abbiamo una grande tradizione in Europa di welfare diversificata nei vari paesi, non integrata, ma nel nostro paese questo è cresciuto in maniera significativa. Nella previdenza e nell’assistenza, ma è un modello che si applica bene anche alla formazione, alle politiche attive su cui siamo molto impegnati in questi anni. Allora è importante che per noi, che guidiamo questa organizzazione, questo concetto sia chiaro”.

Altro tema affrontato dal presidente Mario Mantovani è l’economia dei servizi. “Noi – spiega – parliamo di economia dei servizi da qualche anno in maniera strutturata attraverso un osservatorio economico che abbiamo costituito, che è stato fatto da Emilio Rossi, rilevantissimo economista italiano che da tempo ci conosce e che è un nostro associato. Ci sono dei ritardi di produttività importanti in molti ambiti, ci sono debolezze legate alle dimensioni delle imprese, alla loro difficoltà di effettuare investimenti. Anche su questo è importante che continuiamo e rafforziamo la nostra azione. Il nostro ruolo è quello appunto di promuovere un’economia dei servizi più forte e in questo terreno le nostre imprese prosperano, cresceranno ancora e evidentemente anche l’occupazione manageriale e il ruolo dei manager è destinato a crescere. In questo contesto, parlando di crescita, non possiamo immaginare una crescita diversa da quella sostenibile”.

“Il nostro Paese – puntualizza Mantovani – è se non privo, ma comunque molto carente dal punto di vista delle materie prime, soprattutto energetiche, e ha un ruolo nell’economia globale sostanzialmente di interscambio, di trasformazione, di innovazione, non ha altra via che accelerare sulla transizione energetica. Si parla sì dei costi della transizione energetica, ,a si dimenticano i costi della stagnazione. Si dimentica quanto possa costare mantenere in parallelo due mondi paralleli, per esempio nel settore automobilistico, due sistemi distributivi, due sistemi produttivi. Questi sono costi di cui nessuno parla e si immagina che invece i costi siano soltanto quelli della transizione”.

“L’interesse complessivo – auspica – è di accelerare per il nostro Paese e non è quello di rallentare. Anzi, sono i ritardi che abbiamo accumulato che hanno generato proprio quella leadership in molti ambiti della Cina, ad esempio, che ha affrontato prima questo tipo di cambiamento, questo tipo di evoluzione”.

L’ultimo punto affrontato dal presidente di Manageritalia è quello della rappresentanza. “Un tema – afferma – che trattiamo nel nostro congresso ed è al centro del nostro lavoro e della nostra missione. Parlo di un lavoro perché credo che vada affrontato con la stessa professionalità e con la stessa passione che mettiamo nel lavoro. E’ un lavoro difficile perché comporta la necessità di tenere un filo tra le persone che vogliamo rappresentare e quindi di avere un dialogo, una conoscenza diretta e concreta. Comporta un’interpretazione, non semplicemente la ripetizione di quello che ascoltiamo. Comporta un confronto, perché diciamo sempre che siamo un gruppo fatto da identità plurali e questo è vero, non solo dal punto di vista territoriale, ma anche dal punto di vista delle competenze, dei settori, del genere, dell’età. E quindi mettere insieme tutte queste differenti visioni è difficile. Poi alla fine occorre prendere delle decisioni e dunque fare qualcosa”.

“E quindi – aggiunge – fare rappresentanza, oltre che assumersi responsabilità, richiede anche un’identificazione, richiede di credere di essere quello che si fa, di essere un manager, di avere un’idea di chi sono i manager e in qualche modo di esserne testimoni reali con la propria vita, non soltanto con alcune decisioni. Richiede ascolto, richiede dialogo, ma richiede anche capacità di proposta, non soltanto. E’ una professione ed è una passione”.

“E quindi chiudo – rimarca – con un richiamo al nostro ruolo di rappresentanza, che è condiviso con quello di altre organizzazioni che si sono abituate a chiamare parti sociali, e lo richiamo perché per tutti noi sia un monito quello che sta accadendo anche in altri paesi. Nel nostro Paese esiste un dialogo troppo spesso ristretto ad un numero di parti sociali che sono sempre le stesse e che sono poche e che rappresentano solo una parte di questo mondo e non sempre la parte più innovativa e quindi anche se c’è in realtà non è sostanziale”.

“Ecco su questo credo che la nostra voce debba essere sempre chiara, debba essere sempre forte e che si debba levare insieme a quella di altre organizzazioni che come noi hanno a cuore il nostro Paese e ritengono che attraverso la rappresentanza, attraverso la forza, la continuità data dalle parti sociali si possa cambiare in meglio”, conclude.

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