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Mantovani (Manageritalia): “Contratti vanno rinnovati, servono salari più alti e welfare”

4 Agosto 2023

Roma, 4 ago. (Adnkronos/Labitalia) – “Noi abbiamo rinnovato nella scorsa primavera il contratto dei dirigenti del terziario. Siamo riusciti con un percorso abbastanza lungo ad arrivare alla meta con un riconoscimento economico che riteniamo sufficiente. La la trattativa per il rinnovo di alcuni grandi contratti nazionali di lavoro purtroppo è ancora bloccata. E se vogliamo ribadire il valore della contrattazione, e continuare a dire che il nostro Paese non ha bisogno del salario minimo, cosa di cui io sono convinto, bisogna però che i contratti si firmino perchè altrimenti questo discorso viene un po meno”. Così, intervistato da Adnkronos/Labitalia, Mario Mantovani, presidente di Manageritalia, organizzazione di riferimento dei manager e delle alte professionalità del terziario.

Secondo Mantovani, “poi sul piatto non ci sono solo gli aumenti economici ma ci sono anche dei cambiamenti che incidono sulle organizzazioni, che consentono ad esse anche di adeguarsi più facilmente a nuove modalità di lavoro, ad avere più flessibilità e questo nel terziario è molto importante”, spiega. Per il presidente di Manageritalia, quindi, “le variabili sono, da un lato, quella economica sicuramente perché serve un aumento delle retribuzioni per via contrattuale”. “L’altra sicuramente è quella del welfare. Pensiamo alla sanità, vediamo come per curarsi sia necessario rivolgersi anche al privato e quindi la copertura sanitaria è estremamente importante”, sottolinea.

Più salari e più welfare aziendale, però, secondo Manageritalia, necessitano di “aziende che possano competere, perché se alla fine le aziende nel medio periodo non sono competitive, non crescono, non riescono a entrare in settori innovativi possiamo fare quello che vogliamo ma le retribuzioni non cresceranno in maniera significativa”. “Quindi i contratti devono dare anche la possibilità alle aziende di svilupparsi, cresce, rinnovarsi, investire in nuove figure professionali. Se le aziende sono molto bloccate e proteggono in maniera eccessiva delle figure professionali che non sono così dinamiche ecco allora che ci troviamo nello stallo in cui ci troviamo adesso”, conclude.

Ed ancora, rincara: “Io credo che nel nostro Paese con una contrattazione collettiva così forte, così radicata, così ampia non dovremmo avere il problema del salario minimo. Quindi servirebbe una legge non per il salario minimo ma per far sì che i contratti più rappresentativi dei diversi settori diventassero validi automaticamente anche per chi non ha sottoscritto quel contratto. Avremmo così un’applicazione dei contratti esistenti, che sono validi e con salari adeguati”.

“E’ vero però che anche se abbiamo una contrattazione così ampia -spiega- ci sono ancora due ‘patologie’: una è quella dei cosiddetti contratti ‘pirata’ firmati cioè da organizzazioni non rappresentative dal punto di vista sindacale e che consentono in alcune aree, come ad esempio la logistica, di firmare contratti collettivi con importi troppo bassi. L’altra patologia è l’area di confine tra lavoro autonomo, lavoro cooperativo e precario che non applica contratti di lavoro collettivo”, conclude.

“Noi fin dall’inizio abbiamo sostenuto che il reddito di cittadinanza – aggiunge -, per come era stato congegnato, fosse sbagliato. Nel senso che le misure di contrasto alla povertà e quelle di avviamento al lavoro, anche di persone che hanno difficoltà a trovarlo, siano due cose diverse. Quindi di principio adesso stiamo ritornando nella direzione giusta: un trattamento per chi non è effettivamente in grado di lavorare e invece dei sostegni temporanei e soprattutto dei servizi per far sì che le persone che possono lavorare lavorino. Il problema è che questi servizi sono ancora in ritardo, non sono ancora pronti. La stessa ministra dice che da settembre partirà il portale e che stiamo lavorando per fare incrociare la domanda con l’offerta. Però nel frattempo le persone devono mangiare. Quindi tutto giusto dal punto di vista del principio ma poi a fine mese uno fai conti e se non ha questo reddito può avere problemi significativi”.

E per Mantovani la fine del reddito di cittadinanza non coinciderà anche con la fine della carenza di personale in alcuni settori. “Non credo che finito il reddito di cittadinanza vedremo la corsa -spiega- a cercare di nuovi posti di lavoro in alcuni settori che oggi lamentano carenza di personale come ristorazione e turismo. L’assenza di personale in questi settori in questi anni, più che al reddito di cittadinanza, la collego a retribuzioni troppo basse e al fatto che erano lavori svolti in particolare da giovani”, sottolinea. “Oggi i giovani sono meno e poi hanno più opportunità e cercano comunque un lavoro che magari, pur non avendo una grande retribuzione, consenta loro di fare un’esperienza interessante e di imparare qualcosa. Se questo non gli viene garantito è ovvio che cercano altrove, preferiscono fare un’esperienza di studio all’estero lavorando anche, piuttosto che lavorare nel villaggio turistico stando 12 ore lì senza avere nè soddisfazione nè un ritorno di esperienza spendibile”, conclude.

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