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Sanità: Quici (Cimo-Fesmed e Cida), ‘puntare su collaborazione fra pubblico e privato’

26 Febbraio 2025

Rom, 26 feb. (Labitalia) – L’accesso alle cure in Italia si fa sempre più difficile. Lo conferma l’Indice di vicinanza della salute, elaborato dalla Fondazione per la Ricerca Economica e Sociale Ets, che evidenzia un progressivo allontanamento dei cittadini dalla sanità: rispetto al valore base di 100 registrato nel 2010, oggi siamo scesi a 84, con un calo di due punti solo nell’ultimo anno. “Una riforma dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) è indispensabile per garantire tempi certi nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, senza lasciare indietro nessuno”, ha commentato Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed e vicepresidente Cida, che ha partecipato alla presentazione del Terzo Rapporto dell’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione, svoltasi nel pomeriggio presso la Sala Zuccari del Senato.

“Al tempo stesso, è necessario regolamentare meglio la sanità integrativa – ha proseguito – affinché non si sovrapponga alla sanità pubblica, ma la completi laddove il Servizio sanitario nazionale non riesce ad arrivare. Oggi, infatti, gli italiani spendono 40 miliardi di euro l’anno per cure private: una cifra enorme che potrebbe, almeno in parte, rientrare nel sistema pubblico se si incentivasse una maggiore collaborazione tra i fondi sanitari integrativi e le strutture pubbliche, anche attraverso convenzioni con i professionisti del Servizio sanitario nazionale. Recuperare anche solo una parte di queste risorse significherebbe dare una boccata d’ossigeno al sistema, migliorando l’accesso alle cure per tutti”.

“Non possiamo continuare a pensare alla sanità – ha aggiunto Quici – in termini di contrapposizione tra pubblico e privato, tra ospedale e territorio, tra dipendenti e convenzionati. Dovrebbero essere adottate, ad esempio, misure che consentano ai medici di dialogare meglio tra loro, uniformandoli da un punto di vista contrattuale pur mantenendo gli attuali stati giuridici della dipendenza e del convenzionamento: per questo da anni sosteniamo la necessità di far uscire i medici dipendenti dalla Funzione Pubblica per poter firmare, insieme ai medici del territorio, un contratto di lavoro con il Ministero della Salute e le Regioni. Si tratta di riforme necessarie ma che non possono essere immaginate senza una vera lotta all’evasione fiscale, che consenta di recuperare miliardi di euro da destinare anche alla sanità, e la previsione di maggiori incentivi fiscali per il ceto medio: non è infatti ammissibile che coloro che guadagnano oltre 35mila euro l’anno e rappresentano solo il 15% degli italiani si facciano carico da soli del 63,39 % dell’Irpef, per poi essere anche penalizzati in tema di detrazioni fiscali”, ha concluso Quici.

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