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Attias: “Basta dire che l’Europa è finita: a Roma portiamo mille investitori globali”

26 Maggio 2026

(Adnkronos) – Roma come luogo simbolico di una nuova possibile rinascita europea. È questa la scelta della Future Investiment Initiative, che dal 17 al 19 giugno porterà nella Capitale il FII Priority Europe 2026 Summit, ospitato al Rome Cavalieri, Waldorf Astoria Hotel. Il tema scelto per l’edizione europea è “Europe Reimagined: Capital, Sovereignty & Strategic Autonomy”: capitale, sovranità e autonomia strategica, in una fase in cui il continente prova a uscire dalla lunga stagione della gestione delle crisi e a ridefinire il proprio ruolo globale tra energia, tecnologia, sicurezza, finanza, industria e catene di approvvigionamento.

Il summit riunirà 1.000 investitori globali, leader politici, grandi gruppi industriali, policymaker, innovatori, scienziati, media internazionali e rappresentanti del mondo culturale, con 150 relatori. Al centro del programma ci saranno AI, dati e infrastrutture digitali, turismo e rigenerazione urbana, politica industriale verde ed energia, supply chain, commercio e sicurezza, mercati dei capitali, manifattura avanzata e deep tech. L’obiettivo dichiarato è discutere come il capitale privato e una nuova politica industriale possano contribuire alla competitività europea di lungo periodo.

Per Richard Attias, presidente del FII Institute, la scelta dell’Italia non è casuale. Roma, spiega in questa intervista all’Adnkronos, è il luogo da cui può partire un messaggio diverso sull’Europa: non più un continente percepito come stanco, diviso o condannato al declino, ma una piattaforma centrale per investimenti, innovazione, talento e connessioni tra Nord e Sud, Est e Ovest, Mediterraneo, Africa e Balcani. Tra i nomi e i profili citati da Attias figurano il governatore del Public Investment Fund saudita e presidente di Aramco Yasir Al-Rumayyan, la principessa Reema bint Bandar al Saud, ambasciatrice saudita negli Stati Uniti e figura chiave dell’iniziativa Wave sugli oceani, Mohamed Alabbar, fondatore del colosso emiratino Emaar, oltre a una delegazione saudita con diversi ministri. Ci saranno il ceo di Pimco Emmanuel Roman, di Minerva Foods Fernando Galletti de Queiroz, il presidente di Barclays Bank Stephen Daintan e il capo degli investimenti di Goldman Sachs Anthony Gutman. Tra gli italiani, oltre a Matteo Renzi (nel board del FII) e a vari ministri del governo, ci saranno gli amministratori delegati di Unicredit Andrea Orcel e di Fincantieri Pierroberto Folgiero, mentre Attias auspica la partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, compatibilmente con gli impegni internazionali di quei giorni, tra tutti il Consiglio europeo.

Per il fondatore, che ha alle spalle una lunga esperienza tra Davos, Clinton Foundation e la conferenza dei premi Nobel, il punto è soprattutto cambiare narrazione: “Molti ci dicono che l’Europa è finita. Io non posso accettarlo”, dice all’Adnkronos. E aggiunge, premettendo un tocco di immodestia: “Quello che portiamo a Roma non è solo un’altra conferenza. È un dono all’Europa”.

Richard Attias, che cosa è cambiato da quando avete lanciato il FII?

“A ottobre celebreremo a Riad la decima edizione, che sarà una tappa molto importante. Sei anni fa abbiamo avviato i FII Priority Summit, perché ci siamo resi conto che, se si vuole essere davvero inclusivi, non si può aspettare che le persone vengano una volta all’anno al nostro evento principale. Bisogna mantenere la conversazione viva ogni due o tre mesi. Il mondo sta cambiando. Stiamo affrontando un nuovo ordine geo-economico e ora anche geopolitico. Per questo per noi era importante andare quasi in tutti i continenti. Siamo partiti dalle Americhe, prima New York e poi Miami, che è diventata affollata quasi quanto Riad. Poi siamo andati in Asia, scegliendo Hong Kong dopo il Covid. Siamo stati la prima grande conferenza business a tornare lì dopo la pandemia, con 1.200 delegati per quasi tre giorni”.

Lei dice spesso che il FII non è solo una conferenza. Che cosa intende?

“Il FII è diventato un movimento. Questa è la grande differenza rispetto ad altre conferenze. Molte conferenze sono importanti perché producono conversazioni. Il FII, invece, è orientato all’esecuzione. Disegniamo e curiamo la conferenza in modo che sia focalizzata su accordi, opportunità e risultati concreti. Quando il principe ereditario Mohammed bin Salman chiese di creare qualcosa come il FII, disse: costruiamo una piattaforma in cui gli investitori di tutto il mondo possano venire una volta all’anno per capire dove va il denaro, sia in termini geografici sia in termini settoriali. Oggi sappiamo dove va il denaro negli Stati Uniti, sappiamo dove gli americani investono, sappiamo dove il capitale si muove in Asia, in Giappone, in Medio Oriente. Ora vogliamo portare questa conversazione anche in Europa”.

Perché l’Europa, e perché proprio Roma?

“Negli ultimi dodici mesi, a ogni FII che abbiamo organizzato a Riad o a Miami, molti investitori e anche alcuni leader politici ci hanno detto: ‘l’Europa è finita’. Questo per me è doloroso. Sono un prodotto del sistema educativo europeo, ho vissuto 25 anni della mia vita in Europa, sono arrivato in Francia dal Marocco, dove sono nato, come migrante. Non posso accettare questa idea. Abbiamo avuto una lunga discussione nel board del FII Institute e ci siamo detti: non possiamo lasciare l’Europa da parte. E perché l’Italia? Perché pensiamo che l’Europa debba iniziare un nuovo Rinascimento. E chi ha inventato il Rinascimento?”

Che cosa deve raccontare oggi l’Europa di sé stessa?

“L’Europa deve essere reimmaginata, reinventata. Deve parlare di ciò che funziona. Vorrei citare il presidente Clinton: quando fu eletto, nel suo discorso inaugurale disse che non c’è nulla di sbagliato in America che non possa essere corretto da ciò che c’è di buono in America. Noi speriamo che a Roma si parli di più di ciò che c’è di buono in Europa. Dobbiamo parlare dei talenti, dell’innovazione, della creatività, di come l’Europa prende sul serio la rivoluzione dell’AI, di ciò che può offrire nella nuova equazione energetica, di come può disegnare nuovi corridoi per il commercio, le supply chain, l’energia. E quale posto migliore di Roma? Una città mitica, dove tante cose sono state reinventate”.

Roma è anche uno snodo geografico e geopolitico.

“L’Italia è molto ben posizionata: collega il Nord e il Sud dell’Europa, l’Est e l’Ovest. È vicina ai Balcani, a Paesi che aspirano a entrare nell’Unione europea, come Montenegro e Albania, ed è molto vicina all’Africa. È un grande hub. Ma non è solo il Paese di Leonardo da Vinci e della creatività. L’Italia può essere la forza motrice della reinvenzione dell’Europa. È per questo che speriamo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni possa partecipare. Le date coincidono con altri impegni internazionali, ma sarebbe un peccato perdere l’occasione di parlare a circa mille ceo e imprenditori globali che arrivano insieme per la prima volta a Roma in questo formato”.

Che cosa possono trovare gli investitori internazionali in Italia e in Europa?

“Devono capire perché l’Italia può essere una grande porta d’accesso all’Europa, e quali sono le opportunità nel Paese. L’immagine dell’Italia, all’estero, è spesso confusa. Noi al FII cerchiamo sempre di ospitare conversazioni che abbiano un impatto sull’umanità e sui cittadini. Da cinque anni realizziamo una rilevazione molto importante, il FII Priority Compass, in cui chiediamo a cittadini di tutto il mondo quale sia la loro priorità. Per cinque anni consecutivi la risposta è stata la stessa: costo della vita, costo della vita, costo della vita. È fondamentale ascoltare dai leader europei che cosa stanno facendo e che cosa intendono fare per affrontare questo problema”.

Quali sono le altre priorità?

“La seconda è la sanità. Il Covid ha dimostrato che molti sistemi sanitari sono fragili o rotti. Poi c’è la sicurezza, che è collegata anche all’immigrazione, uno dei grandi temi che l’Europa affronta. E c’è l’inclusione tecnologica: le persone non vogliono essere escluse da questa grande rivoluzione, ma non tutti hanno accesso alla tecnologia, purtroppo anche in Europa. Per questo è cruciale che i leader europei affrontino questi temi faccia a faccia con i business leader, con i giovani imprenditori, con la nuova generazione di leader e con i media. I media sono fondamentali, perché sono la cassa di risonanza di ciò che viene discusso. Come possono i cittadini accedere all’informazione e alla conoscenza se i media non sono al centro della conversazione?”.

L’Europa ha un problema di accesso ai capitali, soprattutto quando le startup devono crescere e scalare.

“Voi dei media siete parzialmente responsabili”, risponde Attias sorridendo. “Conosco molto bene l’ecosistema tecnologico, perché vengo da lì: ho iniziato la mia carriera in Ibm. Negli Stati Uniti una cosa l’hanno imparata molto presto: comunicare. L’Europa, invece, è molto debole sulla comunicazione. Parliamo sempre del bicchiere mezzo vuoto, invece di raccontare le storie di successo. In Europa ci sono grandi imprenditori e grandi aziende che non hanno nulla da invidiare agli americani o ai cinesi in termini di tecnologia. Ma non ne parliamo. Se vai per strada e chiedi a dieci persone di nominare dieci aziende tecnologiche, citeranno dieci aziende americane. Forse, se sei fortunato, qualcuno citerà Mistral in Francia o qualche altra società britannica. Ma c’è molto di più”.

Quindi il problema è anche culturale.

“In Europa siamo timidi, discreti. È quasi un tabù dire che hai successo. Dobbiamo imparare a celebrare il successo. Negli Stati Uniti, quando qualcuno vede una bella macchina, dice: un giorno ne avrò una anch’io. In Europa, te la rigano. È una questione di mentalità. Dobbiamo smettere di guardare al successo come a qualcosa di sospetto. Dobbiamo raccontare meglio le nostre miniere d’oro nascoste. Alcune realtà europee sono più avanzate di aziende della Silicon Valley, ma non fanno rumore. E se non fai rumore, è più difficile attrarre milioni o miliardi”.

Lei sostiene che l’Europa è già una potenza, ma non riesce a percepirsi come tale.

“Se prendi l’Europa come un’unica entità e la confronti con Stati Uniti e Cina, l’Europa è la seconda area al mondo in termini di Pil. Gli Stati Uniti valgono circa 26 mila miliardi, l’Europa circa 25 o 24,5, la Cina è dietro, intorno a 18,5. Quindi le superpotenze non sono solo Stati Uniti e Cina. C’è anche l’Europa. Ma non lo promuoviamo, perché l’Europa si sente divisa. Noi vogliamo celebrare il fatto che l’Europa può essere una grande destinazione per gli investimenti. Che ha un posto al tavolo e che non è affatto finita”.

Chi guarda oggi all’Europa come destinazione di investimento?

“L’Asia guarda all’Europa. Il Medio Oriente guarda all’Europa. Lo sappiamo bene: il Public Investment Fund saudita ha aperto da poco un ufficio a Parigi e ne ha già uno a Londra. Non lo fanno per beneficenza. Lo fanno perché sanno che ci sono opportunità. Anche gli americani guardano all’Europa, nonostante le tensioni sui dazi. Ci sono tre grandi poli: America, Europa e Cina, ma c’è anche una nuova Asia che emerge, con Corea del Sud, Indonesia, Malesia. E nel G20 ci sono molte grandi economie europee. Per questo veniamo in Europa”.

Che dimensioni avrà il summit di Roma?

“Siamo già quasi a mille delegati registrati e avremo circa 150 speaker internazionali. Probabilmente sarà una delle più grandi conferenze business mai ospitate a Roma. E non bisogna dimenticare che Roma è anche il Vaticano. Per questo abbiamo chiesto a Sua Santità il Papa se potrà rivolgersi alla business community. Vedremo che cosa accadrà nei prossimi giorni”.

Il FII rivendica una differenza rispetto ad altri grandi forum internazionali: i risultati concreti. Quali numeri potete indicare?

“In nove anni di FII a Riad non abbiamo firmato memorandum d’intesa simbolici. Abbiamo firmato accordi reali per un totale di quasi 250 miliardi di dollari. Questa è la realtà. Non c’è un’altra conferenza al mondo che possa mostrare questo livello di esecuzione. Per questo diciamo di essere la principale conferenza di investimento al mondo, e siamo orgogliosi di questo risultato”.

Oltre alle conferenze, che cos’è oggi il FII Institute?

“Abbiamo duemila membri. All’inizio non avevamo un programma di membership, ma molti Ceo ci chiedevano di far parte di ciò che stavamo costruendo: sostegno a cause, aiuto ai giovani imprenditori, investimenti in Paesi dove portiamo acqua pulita, educazione, computer. Abbiamo un pilastro molto importante che si chiama Act: vogliamo guidare anche con l’esempio. Non siamo semplicemente organizzatori di conferenze. Abbiamo indici, pubblicazioni e iniziative. Quest’anno probabilmente lanceremo un nuovo indice, Capital in Motion, per capire anno dopo anno dove si muove il denaro. Abbiamo un altro indice che analizza come i Paesi investono in sanità. E abbiamo quattro grandi filoni di lavoro: AI e robotica, healthcare, sostenibilità ed educazione”.

Lei ha citato Wave, l’iniziativa sugli oceani.

“Wave è un’iniziativa straordinaria su come proteggere, pulire e rigenerare gli oceani. Abbiamo molti partner e una grande base dati per capire davvero qual è la situazione. Tutti parlano degli oceani, ma pochi sanno esattamente che cosa sta accadendo. L’ecosistema sottomarino è in una crisi gravissima. Se non proteggiamo e rigeneriamo gli oceani, avremo problemi enormi, perché sappiamo quanto gli oceani portano all’umanità. E gli imprenditori che partecipano alle nostre iniziative vogliono investire con un purpose, uno scopo, rispondere alle priorità dei cittadini”. (di Giorgio Rutelli)

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