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Bce: Brunetta, ‘non ci servono scudi anti-spread il paese cresce con Pnrr e riforme’

Giugno 19, 2022

Milano, 19 giu. (Adnkronos) – ”Non ci servono scudi anti-spread. Il paese cresce con pnrr e riforme. Lo dice in un intervento alla Stampa il ministro dell’Amministrazione pubblica Renato Brunetta. ”Al cambio di direzione della politica monetaria -spiega- si sono allargati gli spread e si è aperto un confronto sui possibili scudi contro la frammentazione. Ma evocare questi strumenti significa far materializzare i rischi che dovrebbero combattere, usando pavlovianamente lo stesso vecchio schema narrativo, le stesse vecchie parole, in un contesto economico-politico totalmente diverso da undici anni fa, con la famigerata crisi dei debiti sovrani. Il pericolo è quello di riesumare le miopie egoistiche del passato, per esempio la proposta di introdurre un sistema di ponderazione per il rischio Paese del rating da applicare ai titoli sovrani detenuti dagli istituti di credito nei loro portafogli.Proposte al tempo evocate dai falchi del Nord, che sull’Italia produrrebbero un doppio effetto stigma: quello esterno prodotto dal rating dei mercati e quello interno imposto dalle istituzioni dell’Ue”.

Il ministro invita a guardare ”i trend dei rendimenti sovrani relativi ai principali titoli di Stato dell’ultimo decennio, possiamo notare come tutti stiano seguendo lo stesso andamento rialzista, avviato all’inizio del 2022, a seguito degli shock inflazionistici determinati prima dalla pandemia e poi dalla guerra. Sovrapponendo gli andamenti storici dei titoli americani, francesi, tedeschi e spagnoli, notiamo immediatamente un trend dei rendimenti del tutto simile a quello dei Btp, in particolare per le scadenze a 10 anni. Che cosa vuol dire tutto ciò? Significa che non vi è alcun “rischio spread” relativo allo specifico caso italiano. È vero, lo spread tra i nostri Btp e i bund tedeschi è aumentato negli scorsi giorni, ma proprio per questo si tratta di un differenziale ingiustificato, come sostiene il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, se si considera che i fondamentali macroeconomici italiani sono tutti positivi (e migliori di quelli tedeschi, in termini di crescita). La stessa inflazione, certamente un problema serio in questo momento storico, ha comunque effetti benefici sul debito, come ricorda Francesco Giavazzi, poiché contribuisce a far crescere il Pil nominale e, di conseguenza, a ridurre significativamente il rapporto debito/Pil”.

Inoltre, ”il combinato disposto dell’avere un Governo forte che sta facendo, nel rispetto dei tempi previsti, tutte le riforme del Pnrr, che negli anni erano state sollecitate nelle Country Specific Recommendations della Commissione europea, e un’economia che cresce a tassi superiori a quelli degli anni passati, produce un impulso sul potenziale di crescita, e sulla credibilità del Paese. Tutto questo, insieme all’impegno del Governo di mantenere sotto controllo la spesa corrente, contribuisce a rendere sostenibile il debito pubblico”.

Per Brunetta ”più in generale, considerate le cause dell’aumento dei prezzi nell’eurozona, è evidente che la politica monetaria da sola non basta. Anche la politica di bilancio deve fare la sua parte. Rendersi indipendenti dal punto di vista energetico nel breve periodo, con una guerra in corso che nessuno sa ancora dire quando finirà, richiede ingenti investimenti che nessuno Stato può affrontare da solo con risorse dai bilanci nazionali. Occorre indebitarsi con strumenti europei, quali un Ngeu 2 finanziato con eurobond. Il primo passo della Commissione europea, con la strategia di RePowerEU finanziata con la quota residua di 200 miliardi dei prestiti non utilizzati in Ngeu, va nella giusta direzione, ma non basta. Con strumenti finanziari comuni emessi per investire in beni pubblici europei, come l’indipendenza e la transizione energetica, insieme al rispetto da parte dei Governi di una politica di bilancio attenta a mantenere sotto controllo deficit e debito nazionali, si annullerebbe, per definizione, il rischio frammentazione causato dal divaricarsi degli spread sovrani, assicurando, in questo modo, una corretta trasmissione della politica monetaria all’economia reale, e disegnando una nuova architettura economica dell’Unione, che la metta in grado di affrontare le sfide del mondo che cambia”.

”La duplice condizione per mettere in piedi strumenti comuni è la piena implementazione dei Pnrr e una politica di bilancio prudente dei Paesi con minore margine di manovra. Sono esattamente gli impegni del Governo Draghi. La Bce, allora, deve compiere un salto culturale che la porti a diventare la banca centrale di questa nuova Europa. Non più il continente dell’eterno conflitto tra formiche e cicale, dei “compiti a casa”, del “sangue, sudore e lacrime”, ma l’Unione reale fiorita dopo la pandemia e forgiatasi drammaticamente durante la guerra, fondata sul nuovo paradigma della crescita, della ricostruzione e degli investimenti. Altro che improbabili scudi e continui riferimenti al pericolo frammentazione e ai “rischi Paese”, segnaletica, essi sì, di un’integrazione incompiuta. Ma ci deve essere un punto in comune tra ieri e oggi: il whatever it takes. Nel 2012 è stato uno straordinario strumento difensivo messo coraggiosamente in campo da Draghi per salvare l’euro. Oggi, a dieci anni di distanza, potrebbe essere, in parallelo alla nuova strategia della Bce, il veicolo generativo per fare dell’euro la moneta di un’Europa della crescita e della coesione”.

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