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Depistaggio Borsellino: sei processi in 32 anni, ma restano ancora tanti buchi neri/Adnkronos

4 Giugno 2024

Caltanissetta, 4 giu. (Adnkronos) – (dall’inviata Elvira Terranova) – Sei processi in 32 anni, che diventano 14 se si contano anche gli appelli e le decisioni della Corte di Cassazione. Oltre 35 i giudici che si sono espressi su quello che accadde alle 16.58 del 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo. Ma nonostante ciò restano ancora tanti i buchi neri sulla strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta. Tanti pezzi mancanti. L’ultima sentenza è questa sera. Sono state 19 le udienze del processo d’appello sul depistaggio, iniziato il 31 ottobre del 2023 davanti alla Corte d’appello di Caltanissetta, presieduta da Giovanbattista Tona. Due i collaboratori di giustizia sentiti, Francesco Onorato e Vito Galatolo. E un ex poliziotto e oggi avvocato penalista, Gioacchino Genchi. Nel corso del processo d’appello sono state diverse le novità emerse, con elementi ritenuti “importanti” dalla Procura generale, a partire dalla documentazione bancaria di Arnaldo La Barbera, ex dirigente della Squadra mobile di Palermo e a capo del gruppo investigativo chiamato ‘Falcone e Borsellino’. Soldi, tanti, forse troppi, in contanti, arrivati sul suo conto corrente. Da dove? E da chi? E’ quanto hanno provato a scoprire gli inquirenti. Non solo.

Nel corso del processo è stato anche ritrovato dai magistrati un faldone del Gruppo ‘Falcone e Borsellino’, con una nota della Squadra mobile di Palermo in cui si annotava il sopralluogo fatto con il falso pentito Vincenzo Scarantino. Un documento mai apparso prima d’ora, dopo 32 anni.

Il primo processo sulla strage Borsellino prese il via dalle dichiarazioni proprio di Vincenzo Scarantino, con la sentenza emessa il 26 gennaio 1996. L’appello nel 1999. Poi, dopo qualche anno, il processo bis, il 18 marzo 2002. Con l’appello che modifica la sentenza. Ma nel frattempo irrompe sulla scena un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza. Che svela nuovi retroscena sulla strage, smentendo tutto il castello di carte costruito negli anni precedenti dal falso collaboratore Vincenzo Scarantino. Solo nel 2017, dopo il processo Borsellino quater, e il processo di revisione, si è avuta la certezza della inattendibilità di Scarantino, ma anche di altri falsi pentiti come Francesco Andriotta.

Fino ad arrivare al processo sul depistaggio sulla strage. Alla sbarra i tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Secondo l’accusa avrebbero costruito a tavolino le accuse di Scarantino. Il tribunale di Caltanissetta, in primo grado, aveva dichiarato prescritte le accuse contestate a Mario Bo e Fabrizio Mattei. Assolto, invece, il terzo imputato, Michele Ribaudo. La Procura generale, guidata da Fabio D’Anna, e rappresentata in aula dal sostituti Gaetano Bono e Maurizio Bonaccorso, è convinta che il depistaggio sulla strage di Via D’Amelio “c’è stato” e che la responsabilità “è dei poliziotti che non lo hanno fatto per una banale voglia di fare carriera ma per agevolare Cosa nostra. Un tradimento che non può essere perdonato”. Ecco perché i tre poliziotti sul banco degli imputati “vanno condannati”. A pene pesanti. Il procuratore generale di Caltanissetta, Fabio D’Anna, al termine di una requisitoria fiume, lo scorso aprile, aveva chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di carcere per Mario Bo e 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Le stesse pene richieste nel processo di primo grado. Sono accusati di calunnia aggravata per aver costruito a tavolino falsi pentiti, inducendoli a mentire, per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio. Il tribunale di Caltanissetta, in primo grado, il 12 luglio 2022, aveva dichiarato prescritte le accuse contestate a Mario Bo e Fabrizio Mattei, mentre il terzo imputato, Michele Ribaudo venne assolto. Ma la Procura generale non ci sta e chiede adesso la condanna per tutti. Con l’aggravante mafiosa.

“Le indagini, fin da subito dopo la strage, hanno subito un inquinamento probatorio”, aveva ribadito in requisitoria il Procuratore generale D’Anna. Che tirava in ballo anche l’apparato dello Stato. Cioè i magistrati che 30 anni fa si occuparono delle indagini. “Leggendo la sentenza ci accorgiamo e non possiamo esimerci nel dire che a questo inquinamento probatorio ha contribuito anche il comportamento di alcuni colleghi. Colleghi poco attenti che non sono stati in grado di cogliere elementi di indici di falsità dell’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino”, aveva detto.

Per la Procura generale di Caltanissetta “c’è stato un tradimento da parte degli apparati dello Stato che hanno tradito non solo Borsellino ma anche gli agenti della scorta. Un tradimento che non può essere perdonato. Si può tradire per tanti motivi: per soldi, sì ce ne sono stati nei confronti di La Barbera ma non nei confronti degli odierni imputati, per la carriera, ma La Barbera non ne aveva bisogno, era ancora giovane e a breve sarebbe diventato questore, che motivo aveva di impelagarsi con un balordo come Scarantino”. “Un altro motivo – aveva continuato – poteva essere il fatto che occorreva dare un colpevole da dare all’opinione pubblica: ma perché Scarantino? Cioè l’unico che faceva parte di una famiglia che non c’entrava. Ma perché lui? La risposta me la sono data: l’unico interesse che spiega la pervicacia del gruppo Falcone-Borsellino è che loro sapevano perfettamente che con il loro comportamento stavano allontanando dalla verità delle indagini, vuoi per proteggere apparati dello Stato vuoi per proteggere apparati mafiosi”.

Loro, gli imputati, “non sono, però, gli unici demoni”. “Sul banco degli imputati la fila di demoni dovrebbe essere lunga, ma o sono morti o l’hanno fatta franca”, diceva il pm Maurizio Bonaccorso, applicato alla Procura generale. “Ci sono vertici e soggetti che l’hanno passata liscia e sappiamo chi sono”, aggiunge. E poi sottolineava: “Ci sono una serie di elementi che danno certezza del coinvolgimento di figure istituzionali nell’eliminazione del dottore Borsellino”.

Secondo il sostituto procuratore generale Gaetano Bono, la sentenza di primo grado era “contraddittoria, illogica, iniqua e fuorviante”. Perché i poliziotti sul banco degli imputati, oggi tutti in pensione, hanno deliberatamente depistato le indagini sull’attentato a Paolo Borsellino. “Il regista del depistaggio fu Arnaldo La Barbera, morto alcuni anni fa da osannato investigatore antimafia”, aveva detto il pg Gaetano Bono, che al momento della strage era ancora un bambino di nove anni. Dice: “Si registra una illogicità della sentenza di primo grado che a distanza di poche pagine traccia un quadro incoerente sull’attendibilità di Vincenzo Scarantino”, il falso collaboratore di giustizia che fece condannare sette innocenti, diceva Bono che ha citato alcune frasi della sentenza di primo grado.

Di diverso avviso la difesa dei tre poliziotti. Per i legali i pm che si occuparono delle indagini sulla strage di via D’Amelio e che non compresero le falsità dell’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino “non agirono con leggerezza”, “ma con grave colpa” nella “valutazione degli elementi di prova”. Non solo. Lo stesso Scarantino che, dopo il 2014 iniziò a fare “marcia indietro” sulle accuse ai magistrati con una “ritrosia significativa”, “non fu insufflato dai tre poliziotti” che oggi sono imputati per concorso in calunnia aggravata nel processo sul depistaggio sulla strage Borsellino. E’ stato questo il contrattacco della difesa dei poliziotti

“E’ mancato il rispetto della giurisdizione da parte dei pubblici ministeri. Che, in tante occasioni, hanno omesso di vagliare gli elementi di prova come avrebbero dovuto. E questa non è la leggerezza a cui ha fatto cenno il Procuratore generale, questa è una grave colpa”, accusava la difesa. Per l’avvocato Giuseppe Seminara ci sono stati “comportamenti irrituali, leggeri, superficiali, speculativi, da parte di tanti soggetti intervenuti nella attività, che inizia con l’attività della Polizia giudiziaria, sempre su controllo della magistratura e finisce nella valutazione della prova del processo d’appello Borsellino-bis”.

Per l’avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo, “questo non è il più grande depistaggio dello Stato italiano ma il più grande accanimento che lo Stato italiano ha fatto. E’ uno degli enormi errori giudiziari. Siamo davanti a uno Stato italiano che si vuole pulire la coscienza, ci si vuole pulire il coltello sulle spalle dei tre poliziotti. Il grande sconfitto e’ lo Stato italiano”. Oggi il nuovo, l’ennesimo, giudizio.

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