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**Pd: ‘la linea è una’, Schlein e il fantasma del leader forte a sinistra, da Craxi a Renzi**

6 Febbraio 2026

Roma, 6 feb (Adnkronos) – “Capotavola è dove mi siedo io”. Chissà se Massimo D’Alema l’ha pronunciata davvero la celebre frase che gli viene attribuita dai tempi della Fgci. Di certo c’è che, per lungo tempo, era il numero di telefono dell’ex premier che bisognava fare per sapere chi comandava. E chissà dov’era seduta Elly Schlein al tavolo della Direzione del Pd, a capotavola? “Chiedo rispetto per tutti, ma la maggioranza ha una linea chiara. Si può essere più o meno d’accordo, ma la linea è una”, ha detto la segretaria dem

Un passaggio, alla fine dell’intervento al ‘parlamentino’ Pd, che ha scatenato le polemiche della minoranza. “Il pluralismo non è una concessione”, ha replicato Pina Picierno. La vice presidente del Parlamento Ue, in compagnia di altri 10, si è astenuta sulla relazione della segretaria. La ‘chiusa’ della Schlein in Direzione, però, ha riavvolto il nastro dei ricordi del Nazareno, sollecitando paragoni non solo nel Pd. Negli anni ’80 a comandare a via del Corso, e non solo, era Bettino Craxi. Contro di lui le accuse di un certo eccesso di leaderismo non sono mai mancate. “il tedesco”, lo chiamava Repubblica.

Gennaro Acquaviva, braccio destro del leader socialista, ci ha scritto anche un saggio: ‘Decisione e processo politico. La lezione del governo di Craxi’. Al congresso di Verona, nell’84, Craxi viene acclamato segretario: “Cesarismo”, titola qualche giornale. Di linea “unica” in Direzione Craxi se ne intendeva. Tra i tanti, uno degli episodi più celebri resta quello del cambio del simbolo del Psi: via falce e martello. Craxi lo presenta ai dirigenti socialisti così, come cosa fatta. “Non ci fu negli organismi dirigenti, tranne alcune eccezioni, nessun confronto, nessuna dialettica”, ricordò Giorgio Benvenuto anni dopo.

(Adnkronos) – Da Craxi a D’Alema il tragitto non è lungo: stesso campo di gioco (la sinistra), stagione politica in parte sovrapposta. Anche il ‘lider Maximo’ non è stato immune dalle accuse di governare il partito con un eccesso di piglio decisionista. Nella primavera del ’95, nella Direzione (ancora!) della Quercia si parla delle alleanze per le regionali. E’ Giorgio Napolitano a parlare di “mancanza di discussione” nel partito. Mentre Aldo Tortorella incalza: “La personalizzazione della politica non significa improvvisazione di posizioni giorno per giorno o la fine di ogni elaborazione collegiale”. Un uno-due mica da poco.

D’Alema non si scompone. Raccontano i retroscena di allora che riesce a replicare agli appunti di Napolitano sulle sue presenze in Tv tirando fuori un bigliettino con le cifre sulle comparsate sul piccolo schermo. Qualche anno dopo è proprio D’Alema a ‘mettere in mezzo’ Matteo Renzi segretario del Pd: “Un partito a forte componente personale gestito con arroganza”, per D’Alema.

Il rottamatore è un altro finito più volte nel mirino per lo stile ‘personale’ con cui impugnava il timone del Nazareno. “Che dobbiamo fare, dobbiamo cantare ‘meno male che Renzi c’è?'”, è una delle sintesi più fulminanti fatta da Roberto Speranza sull’aria che tirava nel partito poco prima di consumare la scissione della sinistra. Più di recente, e non nel Pd, sotto i riflettori c’è finito anche Angelo Bonelli: “I Verdi sono vittima di una deriva autoritaria e autarchica”, scrive la co-portavoce Eleonora Evi nella lettera in cui annuncia l’addio al partito guidato in tandem con Bonelli fino ad allora.

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