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Tamagnini: “Europa forte in brevetti e ricerca, ma deve trasformarli in imprese”

18 Giugno 2026

(Adnkronos) – L’Europa non parte da una posizione di debolezza nella competizione globale sull’innovazione. Produce laureati, ricercatori e brevetti in misura paragonabile agli Stati Uniti. Il vero ritardo è nella capacità di trasformare questa base scientifica e tecnologica in imprese, finanziarle nella crescita e fare in modo che restino nel continente. A dirlo, durante la diretta Adnkronos da Fii Priority Europe a Roma, è Maurizio Tamagnini, founder e ceo di Fsi.

“L’Europa e l’Italia producono un ammontare di laureati e ricercatori pro capite assolutamente in linea con gli Stati Uniti”, spiega Tamagnini. Lo stesso vale per i brevetti, dove il continente è in linea con gli Usa e in alcuni casi presenta persino un leggero vantaggio. Il problema nasce dopo: “Dove l’Europa perde terreno è nel convertire questi brevetti in aziende e nel finanziare queste aziende”.

I fondamentali, dunque, ci sono. L’Italia è forte in settori strategici come robotica, farmaceutica, dispositivi medici e manifattura avanzata. Ma il sistema deve correggere il modo in cui finanzia la ricerca e, soprattutto, le imprese che possono diventare le aziende del futuro. Il punto decisivo è evitare che le realtà più promettenti nascano in Europa per poi crescere altrove.

Per Tamagnini, tutto comincia dagli ecosistemi, in particolare dentro le università. Le startup non nascono solo dopo il percorso accademico, ma nei luoghi in cui giovani, ricercatori, imprese e capitali si incontrano. Da qui l’esempio di Milano e della Tech Europe Foundation, nata con il coinvolgimento di Fsi, Iom, Politecnico di Milano e Bocconi, con l’obiettivo di mobilitare un miliardo di euro di fondi filantropici e creare massa critica nel mondo dell’innovazione.

Il traguardo è ambizioso: arrivare ad almeno mille startup. Oggi, secondo Tamagnini, si è già vicini a quota 200. L’obiettivo non è generare singoli casi di successo isolati, ma costruire una vera “industria delle startup”, capace di reggere la logica del venture capital e di creare un numero sufficiente di imprese perché alcune possano crescere in modo molto significativo.

C’è poi un tema culturale e finanziario. Una quota maggiore di capitale paziente, compreso quello delle famiglie e dei fondi pensione, dovrebbe essere orientata verso l’equity del futuro. I modelli richiamati sono Canada e Svezia, dove una parte importante delle risorse va in attività alternative e venture, contribuendo alla nascita di imprese che mantengono radici nel Paese in cui sono state create.

La posta in gioco, quindi, non è solo il rendimento finanziario. È la costruzione delle fondamenta industriali del futuro: aziende con “cuore, cervello, origini e radici” nei territori dove nascono, conclude Tamagnini.

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