La crisi economica finisce nel piatto, la risposta è il ‘menù austerity’. Il medico: “No al junk food, sì a cucina povera”
Roma, 3 apr. (Adnkronos Salute) – Guerre, crisi politiche internazionali e rischio di aumento dei prezzi. Di fronte al carrello della spesa che scotta, “l’Italia si spacca in due: c’è chi si rifugia nelle calorie vuote del cibo spazzatura e chi riscopre il potere rivoluzionario di un pugno di lenticchie. E, d’altro canto, Il ‘menù austerity’, da scelta radical chic di un tempo, è oggi diventato una necessità quotidiana per milioni di italiani. Come sta reagendo il Paese del buon cibo? La risposta è un paradosso gastronomico che vede scontrarsi due filosofie opposte: la scorciatoia del ‘junk food’ e la resilienza della cucina povera”. A fare il punto per l’Adnkronos Salute è Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione clinica all’università Lum Giuseppe Degennaro.
Per chi deve far quadrare i conti a fine mese, il richiamo della sirena del cibo ultra-processato è fortissimo. “E’ la ‘comfort zone’ del discount: pizze surgelate a prezzi stracciati, wurstel misteriosi, snack carichi di grassi idrogenati e bibite zuccherate che costano meno dell’acqua minerale – elenca Minelli – Il meccanismo è subdolo: questi alimenti sono progettati per essere iper-appetibili. Sale, grassi e zuccheri ingannano il cervello, regalando una gratificazione istantanea che serve a compensare lo stress della crisi. Il vero problema è che si tratta di un risparmio a breve termine”, avverte lo specialista. “Riempire la dispensa di ‘calorie vuote’ significa saziarsi senza nutrirsi, mettendo un’ipoteca sulla salute futura. E’ il paradosso della povertà moderna: essere sovrappeso, ma malnutriti”.
La cucina povera come nuovo gourmet. “Dall’altro lato”, infatti, “c’è una folta schiera di consumatori che sta riscoprendo il manuale di sopravvivenza dei nostri nonni. Non è affatto povertà intellettuale, è intelligenza gastronomica”, precisa Minelli. “La cucina povera italiana – quella dei legumi, del pane raffermo e delle erbe di campo – sta vivendo una seconda giovinezza”, osserva l’immunologo. “Riscoprire la pasta e fagioli o la ribollita – spiega – non significa solo risparmiare; significa riappropriarsi di una qualità nutrizionale che il cibo industriale ha cancellato. I legumi sono la vera risorsa del nuovo millennio: costano pochissimo, si conservano per mesi e, se abbinati a un cereale, offrono proteine nobili senza il rincaro della carne. E’ un’economia circolare ante-litteram: qui non si butta nulla, la crosta del parmigiano finisce nel minestrone e l’acqua di cottura diventa la base per una zuppa saporita”.
La guida per un’austerity intelligente. Per Minelli “la parola d’ordine è ‘batch cooking’, ovvero ‘cucinare in serie’. Dedicare un paio d’ore nel weekend a cuocere cereali, legumi e verdure di stagione permette di evitare l’acquisto compulsivo di piatti pronti durante la settimana. Ci sono tre pilastri per il nuovo menù – suggerisce il medico nutrizionista – La stagionalità come criterio guida: comprare i pomodori a gennaio è un errore grave sul piano sia economico che salutistico. La verdura di stagione costa meno perché non deve viaggiare su un tir per metà continente. Uova, una grande risorsa: sono la fonte proteica più economica del mercato. Versatili, veloci e incredibilmente nutrienti. Il ritorno dello sfuso: comprare sacchi di riso o farina invece delle monoporzioni riduce il prezzo al chilo in modo drastico”.
Una scelta politica nel piatto. “Il menù austerity ci sta insegnando una lezione preziosa: mangiare bene non è necessariamente una questione di privilegi, ma di tempo e consapevolezza. La vera sfida non è solo arrivare alla fine del mese, ma arrivarci in salute. Tra un hamburger gommoso da 1 euro e una zuppa di lenticchie fatta in casa, la vera rivoluzione pop inizia dalla forchetta. Perché, in fondo, l’economia può anche crollare, ma il piacere di una fetta di pane e olio non andrà mai in default”, conclude Minelli.
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