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Melanoma, Ascierto (Scito): “Con immunoterapia più speranze per metà forme gravi”

20 Febbraio 2026

Roma, 20 feb. (Adnkronos Salute) – C’era un tempo, non troppo lontano, in cui una diagnosi di melanoma metastatico lasciava poche speranze, con un’aspettativa di vita misurabile in pochi mesi. Oggi quel paradigma è stato letteralmente ribaltato. Grazie all’immunoterapia stiamo assistendo a quella che i medici definiscono una “rivoluzione terapeutica”: il sistema immunitario non è più solo uno spettatore, ma il protagonista assoluto del controllo della malattia e in alcuni casi della guarigione. Il melanoma, in questo senso, ha fatto da laboratorio mondiale. I tassi di successo dei moderni trattamenti parlano chiaro: quasi la metà dei pazienti in stadio avanzato oggi guarda al futuro. Tra i protagonisti di questa rivoluzione c’è anche la ricerca campana, dove sono ancora in corso i più promettenti trial clinici internazionali: dai vaccini terapeutici alla terapia cellulare Til (linfociti che infiltrano il tumore), fino ai virus e ai batteri oncolitici e alle immunoterapie locali. A fare il punto sull’immunoterapia oncologica, in particolare quella relativa al melanoma, sono gli specialisti della Società campana di immunoterapia oncologica (Scito), in occasione del meeting annuale della società scientifica che si è aperto questa mattina a Napoli.

“Tra tutti i tumori, il melanoma è certamente quello contro il quale i progressi dell’immunoterapia hanno da subito prodotto risultati clinici rilevanti – spiega Paolo A. Ascierto, presidente di Scito e della Fondazione Melanoma, nonché professore ordinario di Oncologia all’università Federico II di Napoli – La ricerca sta andando avanti velocemente, offrendo nuove speranze soprattutto a coloro che solo 10 o 20 anni fa non ne avevano alcuna”.

Il salto di qualità è impressionante, sottolineano gli esperti. Prima dell’avvento degli inibitori dei checkpoint immunitari, la sopravvivenza a 5 anni per il melanoma in stadio IV era inferiore al 10%. “Oggi, i dati dello studio clinico CheckMate 067 mostrano una realtà completamente diversa: l’uso combinato di 2 farmaci immunoterapici (nivolumab e ipilimumab) ha portato la sopravvivenza globale a 10 anni al 43% – evidenzia Ascierto – Per chi raggiunge una risposta completa, la probabilità di essere vivi a 5 anni supera l’85%, con molti pazienti che possono persino sospendere le cure. Anche nei casi più complessi, come le metastasi cerebrali asintomatiche, la combinazione immunoterapica ha mostrato tassi di risposta di circa il 50%, una cifra impensabile fino a un decennio fa”.

Ma l’immunoterapia non sta salvando solo chi è in fase avanzata. La nuova frontiera – ricordano gli specialisti – è la terapia adiuvante e neoadiuvante: somministrare il trattamento prima o subito dopo l’intervento chirurgico per ‘addestrare’ il sistema immunitario a riconoscere e distruggere eventuali cellule tumorali residue. Nello studio CheckMate 238, la sopravvivenza libera da recidiva a 3 anni è salita al 58%, riducendo drasticamente il rischio che la malattia ritorni.

“A differenza della chemioterapia tradizionale, che attacca direttamente le cellule (incluse quelle sane), l’immunoterapia agisce come un ‘personal trainer’ per le difese dell’organismo – illustra Ascierto – Toglie i freni al sistema immunitario, permettendo alle cellule T di identificare il tumore come un nemico da eliminare. Questo non solo aumenta l’efficacia, ma crea una sorta di ‘memoria immunologica’ che continua a proteggere il paziente nel tempo”.

Nonostante i successi straordinari, la ricerca non si ferma. “Circa il 30-50% dei pazienti non risponde ancora in modo ottimale o sviluppa resistenza. La sfida – conclude il presidente della Scito e della Fondazione Melanoma – è comprendere perché alcuni sistemi immunitari abbiano bisogno di un ‘boost’ extra e come personalizzare ulteriormente le cure”.

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