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Moringa, curcuma e spirulina. L’immunologo sugli integratori: “Non c’è assenza di rischi”

5 Marzo 2026

Roma, 5 mar. (Adnkronos Salute) – Italiani e la passione per gli integratori naturali. Un mercato che cresce di anno in anno: tra agosto 2024 e luglio 2025, le vendite della categoria ‘a base di piante’ hanno raggiunto un valore di 566 milioni di euro, con una crescita del +2,2% e circa 34,7 milioni di confezioni vendute. C’è un po’ di tutto e spesso si possono correre dei rischi. Gli ultimi arrivano da un alert Ue su casi di salmonellosi in Usa dopo il consumo di capsule di moringa a marchio ‘Rosabella’. “Spesso percepiti come innocui coadiuvanti della salute, questi prodotti possono trasformarsi in vettori di insidiosi rischi biologici e chimici, alimentati da una narrazione del naturale a ogni costo’ e da una regolamentazione talvolta lacunosa nelle vendite globali online”. A fare il punto per l’Adnkronos Salute è Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione clinica all’università Lum ‘Giuseppe Degennaro’.

L’illusione del ‘naturale’ e la vulnerabilità delle matrici vegetali. “Il consumatore moderno tende a sovrapporre impropriamente il concetto di origine vegetale a quello di assenza di rischio – analizza Minelli – In realtà, le polveri botaniche (come moringa, curcuma o spirulina) sono matrici organiche estremamente complesse che, senza adeguati protocolli di decontaminazione, ospitano microrganismi tellurici o, comunque, ambientali persistenti. Il caso Salmonella Newport isolata nella moringa è emblematico: non si tratta di una comune contaminazione, ma di un ceppo multiresistente. Questo dato – continua – suggerisce una falla critica nella filiera zootecnico-irrigua: un batterio mantiene geni di resistenza solo se vive in ambienti saturati da antibiotici, tipici degli allevamenti intensivi. Attraverso reflui o acque irrigue non trattate, questi ceppi passano dal bestiame alle colture, evidenziando come la mancata bonifica della materia prima (attraverso, per esempio, specifici trattamenti termici) possa trasferire pericoli clinici complessi direttamente nella capsula”.

Secondo l’immunologo, “l’integrazione alimentare ha una sua dignità scientifica solo quando colma un deficit biochimico accertato o risponde a specifiche, per quanto transitorie, esigenze fisiologiche. L’abuso, al contrario, nasce da un marketing aggressivo che attribuisce a estratti vegetali capacità curative quasi farmacologiche, prive di supporto nell’evidenza clinica. Oltre al rischio microbiologico, il processo di concentrazione tipico di questi ‘rimedi miracolosi’ può involontariamente incrementare la presenza di contaminanti chimici (metalli, pesticidi) accumulati nei suoli di coltivazione, di micotossine (derivati fungini epatotossici) risultanti da uno stoccaggio non idoneo delle materie prime, di interazioni farmacologiche improprie legate all’interferenza tra fitoterapici e farmaci salvavita (anticoagulanti, antiepilettici) che può alterare pericolosamente la biodisponibilità delle terapie convenzionali”.

Il vero limite alla sicurezza risiede nella tracciabilità. “Se il farmaco segue una filiera monitorata e certificata dalla produzione alla dispensazione in farmacia, l’integratore acquistato su piattaforme di e-commerce generaliste sfugge spesso ai controlli doganali e sanitari preventivi. Il paradosso è evidente: il cittadino acquista un ‘prodotto di salute’ introducendo nel proprio organismo patogeni resistenti alle cure mediche tradizionali”, prosegue Minelli.

L’effettiva utilità di un integratore è indissolubilmente legata alla sua purezza. “Un prodotto contaminato non è solo inutile, ma sposta l’asse del rapporto rischio-beneficio totalmente verso il danno biologico. La raccomandazione professionale – suggerisce – deve restare ferma su tre pilastri: validazione clinica: integrare solo su reale necessità biochimica; qualità certificata: prediligere prodotti che garantiscano l’assenza di contaminanti (heavy metal free, microbiologically tested); sicurezza del canale: evitare categoricamente l’acquisto di presidi per la salute da marketplace non regolamentati. La salute non è un bene che si può delegare a un algoritmo di vendita online o a una promessa di miracolo naturale; richiede consapevolezza, tracciabilità e, soprattutto, il filtro critico della competenza medica”.

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