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Sanità: donne medico, ‘prime vittime aggressioni, stop guardie mediche da sole’

Gennaio 19, 2023

Roma, 19 gen. (Adnkronos Salute) – La violenza sugli operatori sanitari riguarda il più delle volte le donne, che, secondo i dati Inail, rappresentano i tre quarti del personale aggredito. “Un problema culturale ma anche banalmente fisico, perché è più facile aggredire una donna”. E le situazioni in cui le dottoresse si trovano isolate e più vulnerabili sono tante, “in particolare nelle sedi di guardia medica, nelle visite domiciliari notturne, ma anche di notte nei grandi ospedali, che sono cittadelle, o nelle corsie svuotate”. Serve “gestire l’assistenza considerando i due fattori insieme: cura e sicurezza dell’operatore”. E, soprattutto, “non deve essere più possibile che le guardie mediche siano fatte da una sola persona, vanno affiancate, per esempio con un infermiere”. Così Antonella Vezzani, presidente dell’Associazione italiana donne medico, traccia, per l’Adnkronos Salute, il quadro del fenomeno dell’aggressione agli operatori sanitari “al femminile”.

Ancora oggi, ricorda Vezzani “le dottoresse di guardia medica, nelle tante sedi isolate del Paese, si fanno accompagnare da familiari o amici per sentirsi sicure. E già questo è un enorme disagio. In alcune aree gli alpini si sono resi disponibili ad accompagnare le dottoresse di guardia nelle visite domiciliari notturne in aree montane isolate”. Molti anni e molti brutti episodi di cronaca non hanno cambiato molto.

“Nella mia esperienza di giovane dottoressa – aggiunge la presidente dell’Associazione italiana donne medico – ho sperimentato anch’io il problema quando, chiamata per una visita notturna, mi sono presentata dal paziente con un’amica che mi supportava. Chi ha chiamato però, visto che non ero da sola, non mi ha fatto entrare. Il giorno dopo i Carabinieri mi hanno informato che si trattava di un pregiudicato considerato pericoloso ferito con un’arma da taglio”.

Le situazioni di rischio sono ancora tante, per tutti gli operatori ma per le donne in particolare, “è fondamentale, quindi, che il Sistema sanitario nazionale si prenda carico di mettere in campo azioni per proteggere gli operatori, a partire dal fatto di non lasciarli mai da soli, ripristinare i posti di polizia negli ospedali, avere sedi di guardia sicure e sorvegliate, usare la tecnologia per le visite a distanza. Servono poi – conclude Vezzani -iniziative per insegnare al personale a rapportarsi con i violenti, azioni che non devono essere sporadiche e lasciate all’iniziative della singola struttura ma sistematiche”.

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