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Tumori, Gridelli: “Con immunoterapia riduzione rischio di morte del 27%”

29 Giugno 2026

Milano, 29 giu. (Adnkronos) – “L’immunoterapia è stata sperimentata prima nelle fasi avanzate di malattia, dove ha dimostrato dei benefici importanti in termini di sopravvivenza. Il valore principale però è quello di aver potuto anticipare l’impiego dell’immunoterapia alle fasi più precoci della malattia, come ad esempio nel setting peri operatorio, facendo il trattamento con la chemioterapia prima e dopo l’intervento chirurgico. Questo ha ridotto il numero delle recidive. Non si tratta più quindi solo di allungare la sopravvivenza, ma di riuscire a portare i pazienti a guarigione. Nel microcitoma polmonare l’immunoterapia ha portato dei benefici importanti. È stata utilizzata prima nella malattia avanzata metastatica, in combinazione con la chemioterapia, con un beneficio di sopravvivenza piccola ma significativo. Ma il dato più importante lo abbiamo registrato nella malattia più precoce, quando è limitata al torace. In questa fase, dopo radio e chemioterapia, durvalumab è stato utilizzato come mantenimento per due anni. I risultati in questo caso sono stati sorprendenti perché c’è stata una riduzione del rischio di morte del 27% a favore del durvalumab rispetto al placebo e una sopravvivenza mediana migliorata di quasi due anni, parliamo di circa 56 mesi vs 33”. Così Cesare Gridelli, direttore del dipartimento di Oncoematologia Ao ‘Moscati’ di Avellino, intervenendo in collegamento oggi a Milano all’incontro ‘Tumori, oltre il silenzio della malattia: il valore dell’immunoterapia oggi’.

 

“Si tratta di dati veramente molto importanti – ha aggiunto – Si auspica poi anche il miglioramento delle percentuali di pazienti viventi a lungo termine, ad oggi pari a circa il 20% con la radio-chemioterapia a 5 anni, mentre con l’immunoterapia, come mostra lo studio Adriatic, già a 3 anni abbiamo vivi il 56% di pazienti. Il dato è inoltre stato ottenuto con una buona tollerabilità. C’è già esperienza in Italia con un Eap, un programma cosiddetto ‘ad uso compassionevole’, con più di 400 pazienti. Durvalumab – conclude – è stato registrato in Italia come farmaco innovativo da parte degli enti regolatori perché cambia la storia naturale della malattia”.

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