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A cosa serve una tregua

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Putin ha ottenuto quello che voleva: rientrare sulla scena internazionale. Trump ha ottenuto quello che voleva: dimostrare che con lui il dialogo riprende. Il risultato è parziale e interlocutorio: neanche una tregua, solo un cambio di bersagli

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A cosa serve una tregua

Putin ha ottenuto quello che voleva: rientrare sulla scena internazionale. Trump ha ottenuto quello che voleva: dimostrare che con lui il dialogo riprende. Il risultato è parziale e interlocutorio: neanche una tregua, solo un cambio di bersagli

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A cosa serve una tregua

Putin ha ottenuto quello che voleva: rientrare sulla scena internazionale. Trump ha ottenuto quello che voleva: dimostrare che con lui il dialogo riprende. Il risultato è parziale e interlocutorio: neanche una tregua, solo un cambio di bersagli

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Putin ha ottenuto quello che voleva: rientrare sulla scena internazionale. Trump ha ottenuto quello che voleva: dimostrare che con lui il dialogo riprende. Il risultato è parziale e interlocutorio: neanche una tregua, solo un cambio di bersagli (per 30 giorni non saranno colpite le centrali). Anche perché non soltanto mancava il soggetto fondamentale, ovvero l’Ucraina, ma anche altri che hanno un ruolo di rilievo. L’Ue, sostenitrice degli aggrediti – posizione ieri riconfermata dal governo italiano – e la Cina, senza il cui sostegno l’aggressore non avrebbe retto al proprio fallimento militare.

Le tregue reggono se sono il tempo che conduce dalla guerra a un accordo che duri. Altrimenti sono destinate a essere il tempo che divide un tempo della guerra da un altro tempo di guerra. La pace non è il solo tacere delle armi. Perché in quel temporaneo silenzio si può preparare il loro tornare a essere la sola voce udibile.

Un luogo comune vuole che le guerre siano scatenate sempre e soltanto per interessi e che le altre motivazioni siano solo la mascheratura delle reali motivazioni. C’è del vero, come in molti luoghi comuni, ma non è la sola verità. E, quindi, l’estinzione della guerra non è la spartizione di terre e beni. Nelle guerre hanno un peso determinante le visioni mistiche, le costruzioni ideologiche sui destini dei popoli e hanno un peso le aspirazioni di libertà. Ed è falso che le guerre siano una regolazione di forze materiali e distruttive, talché il più forte vince e il più debole dovrebbe saperlo ed evitare di alimentare il conflitto resistendo. Chi la pensa in questo modo arreca un’offesa al nostro stesso Risorgimento. Quando furono i pochi e i deboli a incarnare un’aspirazione che si dimostrò più forte e vincente. A dispetto di imperi che sembravano incrollabili.

Nessuna tregua e nessuna pace potrà mai cancellare le migliaia di bambini ucraini portati via con la forza dai russi e internati in corsi di rieducazione e ricondizionamento. Non si potrà cancellare Bucha e una condotta di guerra in cui i civili ucraini sono stati il bersaglio preferito e non il danno collaterale. Non si potrà cancellare il diritto internazionale calpestato e l’irrisione delle stesse regole della guerra. Se, in nome del far tacere le armi, si dovesse provare a cancellare tutto questo – lasciando che Putin torni sulla scena internazionale riverginato dalla sponda di Washington – il solo effetto che si otterrà sarà l’avere innescato la permanenza terrorista in quell’area. E l’avere fatto tornare nella storia l’uso privilegiato delle armi. Il solo effetto sarà l’avvio di guerre per avere voluto far vedere che si fermava una guerra.

È illusorio pensare di portare la storia in tribunale. Ma non è meno illusorio cercare di scrivere la storia espellendone il diritto internazionale e i diritti dei popoli. Se si coltiva questa illusione si cancella il solo strumento con cui s’è cercato di regolare gli incancellabili conflitti fra interessi. E si concima la distruttiva illusione che siano le armi e gli sconfinamenti il vero strumento della stabilità.

La guerra che la Russia ha scatenato in Ucraina ha portato Paesi neutrali a entrare di corsa nella Nato. Paesi dell’Unione europea a denunciare il trattato sulle mine antiuomo e predisporsi a piazzarle. A evocare la sicurezza mediante la disponibilità di una risposta atomica. Una tregua o una pace che premi quell’iniziativa russa aprirebbe le porte all’inferno di una pericolosissima instabilità nel nostro Continente. Alle porte di casa nostra e oltre quelle stesse porte. Mentre una spartizione giocata fra potenze che si assegnano brani di carne ucraina e risorse naturali di quel Paese avrebbe poi necessariamente bisogno di forze armate che presidino le nuove acquisizioni. E le difendano da quello stesso metodo con cui fu possibile appropriarsene. Altro che confini disarmati, sarebbe l’opposto.

Gaza lo ha dimostrato. Se l’orizzonte prossimo delle forze in campo prevede la guerra per la loro stessa sopravvivenza, l’esito della tregua non può riportare che allo squilibrato equilibrio della guerra.

Di Davide Giacalone

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