Alle radici dell’odio
| Esteri
Putin odia l’Occidente fin dai tempi più lontani perché prima gli ha disfatto il suo sogno, l’Unione Sovietica, e oggi ostacola la guerra in Ucraina.
Alle radici dell’odio
Putin odia l’Occidente fin dai tempi più lontani perché prima gli ha disfatto il suo sogno, l’Unione Sovietica, e oggi ostacola la guerra in Ucraina.
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Alle radici dell’odio
Putin odia l’Occidente fin dai tempi più lontani perché prima gli ha disfatto il suo sogno, l’Unione Sovietica, e oggi ostacola la guerra in Ucraina.
| Esteri
AUTORE: Fulvio Giuliani
È lecito e opportuno chiedersi sempre perché Vladimir Putin ci odi così tanto. Le ragioni possono apparire ovvie, ma è evidente che ormai siamo alla psichiatria.
È altrettanto chiaro che lo zar avesse scommesso tutto sulla possibilità di cancellare l’Ucraina dalla cartina geografica – cosa vi ricorda un processo mentale del genere? – in una manciata di giorni, mettendo l’Occidente davanti al fatto compiuto e alla possibilità di alzare un po’ la voce, senza fare nulla nel concreto.
Non è andata così, proprio no. Sette mesi dopo, il dittatore si trova a dover mettere su delle lugubri baracconate per reclamare una vittoria che non c’è e a esaltare conquiste che ci sono solo nella sua mente ossessionata.
In estrema sintesi, a continuare a negare la realtà.
Tutto questo ci riporta alle radici dell’odio. Putin odia tutto ciò che è Occidente, per il banale motivo che da quando era una sbarbata recluta dell’apparato sovietico l’Ovest gli ha negato tutti i suoi sogni. Prima dissolvendo l’Unione Sovietica, oggi mettendosi di traverso ai suoi sogni egemonici. Finalmente, aggiungiamo noi.
Quello stesso Occidente che per una lunga stagione non ha capito o ha fatto finta di non capire con chi avesse a che fare. Inutile piangere sul latte versato e avremo tempo per le analisi storiche, adesso c’è da confrontarsi con un regime ottuso e ossessionato. Il peggio che ci potesse capitare.
Davanti alla valanga d’odio e alle minacce non resta che mantenere salde le nostre posizioni. Conservare freddezza e capacità di analisi e avere la forza di aspettare che le sanzioni facciano il loro lavoro.
Come scriviamo da sette mesi, poi, sperare che infine la Cina ordini al suo vassallo prossimo venturo di finirla. Qualche segnale c’è, ma non basta.
Quanto a noi italiani, come ce ne fosse bisogno, le folli parole di ieri ricordano la pericolosità dei giochi e degli equilibrismi di certe forze politiche e certi leader. La prossima presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata chiarissima 12 ore fa, bollando Putin per quello che è: un dittatore di stampo sovietico. Parole che richiamano con durezza i suoi alleati a responsabilità non più rinviabili.
Di Fulvio Giuliani
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