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title: Azzerare Hamas, ipocrisie e complicità
description: Perché nessuno pensa o prova a rivolgersi ad Hamas, nel tentativo di trovare un equilibrio di pace e convivenza?
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date: 2024-04-11
author: Davide Giacalone
url: https://laragione.eu/esteri/azzerare-hamas-ipocrisie-e-complicita/
categories: [Esteri]
tags: [hamas, israele]
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# Azzerare Hamas, ipocrisie e complicità

![Hamas pace](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Hamas-pace.jpg)

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2023-12-30 11:00:36

2023-12-30 10:00:36

L’eccidio del 7 ottobre, giorno cruciale nello scontro tra Israele e Hamas, ha letteralmente distrutto gli equilibri precari del Medio Oriente

Un momento fondamentale del mito bellico di Israele è stato la sua rapida vittoria nella Guerra dei sei giorni del 1967. Oggi Gerusalemme è invece impegnata da 85 giorni in un conflitto aperto che il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ritratto nella sua relazione alla Knesset come una «Guerra dei sette fronti». Gaza, Cisgiordania, Iran, Yemen, Siria, Iraq e Libano sono i nemici individuati da Gallant, che ha confermato come Israele abbia già reagito contro sei di loro. È ormai chiaro che l’eccidio compiuto da Hamas contro cittadini israeliani il 7 ottobre scorso – 1.200 morti e 7.771 feriti, in stragrande maggioranza civili, e 242 ostaggi rapiti (fra cui 30 bambini) – abbia scardinato irreparabilmente i precari equilibri dell’area.

L’offensiva nella Striscia di Gaza è infatti in pieno svolgimento. Le colonne delle Forze di difesa israeliane (Idf) sono penetrate nel Sud (città di Khan Yunis) e nel Centro della Striscia (zona di Bureij), continuando la loro tattica di accerchiare le zone urbane per poi ripulirle progressivamente dalla presenza dei miliziani di Hamas e delle loro strutture. Secondo le Idf questa operazione di bonifica è stata già conclusa nel Nord, portando al ritiro delle truppe d’invasione dalle località di Beit Hanun, Beit Lahia, Jabalia, Nazla e da parte di Shuja’iyya. Continuano però nel resto della Striscia i bombardamenti sui presunti nascondigli dei militanti di Hamas, che hanno già provocato numerose vittime civili a causa dell’alto potenziale degli ordigni utilizzati e della nota pratica dell’organizzazione terroristica di confondersi fra la popolazione.

In Cisgiordania il punto più caldo è sicuramente la città di Jenin, che rappresenta un’enclave fedele ad Hamas nel territorio teoricamente amministrato da al-Fatah e dove sono quindi frequenti le incursioni delle Idf per disarticolare cellule radicali ritenute pronte a compiere nuovi attacchi. Queste operazioni tendono tuttavia a creare più morti che detenuti, esacerbando il sentimento antisraeliano che anima Jenin.

Contro l’Iran si gioca invece una partita più remota: recentemente le pompe di benzina iraniane sono state bloccate da un attacco informatico, in uno scenario che ricorda da vicino i cyber-attacchi alle installazioni di Teheran dedite all’arricchimento dell’uranio. Probabilmente si è trattato di una ritorsione trasversale per il supporto degli ayatollah agli Houthi, i suprematisti islamici dello Yemen occidentale che stanno tentando di bloccare i trasporti marittimi passanti per il Canale di Suez e i cui missili raggiungono talvolta il porto israeliano di Eilat. Questi ultimi finora, fortunatamente, senza danni.

Siria e Iraq pagano invece lo scotto di essere devastate da più di un decennio di guerre che le hanno rese terra franca per le milizie filoiraniane. Gerusalemme colpisce questi territori esclusivamente per contenere l’Iran, come nel caso della recente uccisione a Damasco del generale Seyed Razi Mousavi del Corpo dei Pasdaran iraniani o dei numerosi convogli di armi distrutti prima che arrivassero a Hezbollah.

E sono proprio i miliziani di Hezbollah – e il Sud del Libano sotto il loro esclusivo controllo – a rappresentare il prossimo punto a rischio di scontro aperto. Per gli israeliani è divenuto intollerabile che le forze dei suprematisti sciiti di Hassan Nasrallah siano tornate a presidiare il confine, in spregio alla risoluzione Onu 1701 del 2006. Ed è qui che si avvicina la possibilità di una nuova invasione, un drone alla volta.ù

di Camillo Bosco

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Israele e Hamas nella guerra dei sette fronti

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2023-12-30 09:20:51

2023-12-30 08:20:51

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2024-04-10 16:48:52

2024-04-10 14:48:52

La decisione dei vertici Tel Aviv per il ritiro da Gaza Sud resta quantomeno controversa

Il ritiro dell’esercito israeliano dall’intera area di Gaza Sud è stato commentato negli ultimi due giorni concordando grosso modo su un aspetto: la necessità da parte del leader Benjamin Netanyahu di fare un passo verso gli Stati Uniti e cedere almeno qualcosa rispetto alle pressioni crescenti arrivate dalla Casa Bianca. In particolare dopo le ultime, insopportabili settimane dal punto di vista umanitario. Perché possiamo accusarci di ipocrisia ma è un fatto che la morte dei sette cooperanti abbia ulteriormente smosso coscienze e diplomazia. Il ritiro, inoltre, mette i mediatori Stati Uniti e Qatar nelle migliori condizioni possibili per riprendere a lavorare in vista di una tregua, idealmente entro la fine del Ramadan.

Detto ciò e oltre le dichiarazioni di facciata, la decisione dei vertici Tel Aviv resta quantomeno controversa. Da un lato dimostra che nessuno, persino un primo ministro ossessionato dalla propria sopravvivenza politica come “Bibi”, può sopportare oltre un determinato limite l’accerchiamento diplomatico degli amici e che, di conseguenza, non rispondeva al vero l’incapacità dell’Occidente (Stati Uniti e Unione europea) di farsi ascoltare dal suo fondamentale alleato storico nella regione. D’altro canto, il ritiro non sembra rispondere a un disegno strategico di ampio respiro – definito da mesi nei dettagli – ma a un’esigenza tattica sul terreno: la necessità di dare respiro ai riservisti, mentre Israele rischia concretamente di finire impegnato su più fronti e le riserve di uomini e materiali non sono infinite. Al contempo, il preteso e strombazzato obiettivo di eliminare Hamas e cancellare dalla faccia della Terra l’organizzazione terroristica responsabile dell’infamia del 7 ottobre appare irraggiungibile nel breve tempo e forse anche nel medio e lungo periodo. Nel senso che una simile carica d’odio, moltiplicata da mesi di guerra nella Striscia e pagata in buona misura dalla popolazione civile, potrebbe non essere raccolta dagli attuali vertici dell’organizzazione terroristica – ove mai fossero realmente messi in condizione di non nuocere – ma troverebbe con ogni probabilità altri interpreti mossi dal desiderio di vendetta.

La stessa ammissione che per le settimane a venire, pur riservandosi ‘mano libera’ su Rafah, Israele passerà alle operazioni mirate e chirurgiche può essere letta come una sconfessione almeno parziale della strategia nella Striscia. Individuare, stanare, catturare o eliminare i capi, le teste pensanti e i collegamenti con i grandi sponsor internazionali – a cominciare dall’Iran – ci era sempre apparsa l’unica procedura sensata, per non gettare Israele nell’attuale incubo. Non perché azioni di questo tipo non comportino danni collaterali o non inneschino conseguenze ma perché restano gestibili in una scala diversa dall’inferno in cui è stata tramutata Gaza e che ora rischia di inghiottire un bel tratto di futuro del Paese e dell’intero Medio Oriente.

A proposito delle conseguenze di azioni mirate, il blitz di Damasco in cui è stato ucciso uno dei più alti ufficiali dei pasdaran ha portato l’Iran vicino al punto di rottura. Bisognerà capire quanto il regime degli ayatollah potrà limitarsi a parole di fuoco e azioni più o meno dimostrative o se rischierà una reazione più ampia. Questo è un ulteriore elemento che aiuta a spiegare il ritiro delle truppe dalla Striscia ma permette anche di sottolineare le differenze fra le offensive mirate – delle quali Israele ha una storica capacità di gestire le conseguenze (anche le più drammatiche) senza perdere calma e lucidità  – e quello a cui stiamo assistendo a Gaza. Lì per ogni tunnel distrutto ce ne sono altri cinque o dieci da individuare e per ogni terrorista vero o presunto eliminato ne sbucano dalle macerie o dal sottosuolo il triplo, per tacere di chi sarà spinto al terrorismo proprio da ciò che ha visto scatenarsi intorno a sé.

di Fulvio Giuliani

Ritiro da Gaza pensando all’Iran

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2024-04-10 16:48:54

2024-04-10 14:48:54

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2024-03-27 09:38:17

2024-03-27 08:38:17

Ci sono molti modi per valutare la nuova fase nelle relazioni fra Israele e Stati Uniti d’America che si è oggettivamente aperta con l’astensione degli Usa all’Onu

Ci sono molti modi per valutare la nuova fase nelle relazioni fra Israele e Stati Uniti d’America che si è oggettivamente aperta con l’astensione di quarantott’ore fa degli Usa all’Onu sulla mozione per il cessate il fuoco a Gaza. Si può cedere alla lettura più semplicistica, per sottolineare in ogni modo il crescente isolamento di Tel Aviv. Una tentazione diffusa nel vasto mondo che è arrivato all’orrore di tentare lo sdoganamento di forme più o meno larvate di antisemitismo in funzione antisraeliana.

Chi non si piegherà mai a queste logiche, come noi, in quell’astensione legge le dialettiche proprie delle grandi democrazie che – a differenza dei regimi così voga in certi ambienti anche di casa nostra – funzionano esclusivamente nel reciproco riconoscimento delle diverse sensibilità. In quest’ottica gli alleati di Israele, a cominciare da quello più importante, non si riconoscono nella strategia del governo Netanyahu e nella visione apocalittica dell’ultradestra. E lo sottolineano formalmente.

di Fulvio Giuliani

Divergenze tra Israele e Stati Uniti

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2024-03-28 00:14:04

2024-03-27 23:14:04

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