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Beirut

La guerra, gli obiettivi e gli errori strategici

Un’azione come quella di Beirut risulta di straordinaria efficacia, se paragonata alle devastazioni portate nella Striscia per settimane
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La guerra, gli obiettivi e gli errori strategici

Un’azione come quella di Beirut risulta di straordinaria efficacia, se paragonata alle devastazioni portate nella Striscia per settimane
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La guerra, gli obiettivi e gli errori strategici

Un’azione come quella di Beirut risulta di straordinaria efficacia, se paragonata alle devastazioni portate nella Striscia per settimane
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Un’azione come quella di Beirut risulta di straordinaria efficacia, se paragonata alle devastazioni portate nella Striscia per settimane

L’eliminazione di Saleh al-Arouri, fondatore del braccio armato di Hamas – le Brigate Ezzedine Al Qassam – e N.2 del leader Haniyeh, è un’operazione militare mirata israeliana che più classica non si può.
Frutto del lavoro dell’intelligence, che ha permesso di individuare il covo dell’obiettivo e mettere in condizione le forze armate di colpirlo “chirurgicamente”.

Il che non poteva escludere – mai lo farà – danni collaterali e vittime potenzialmente innocenti (nel raid condotto con i droni nel quartiere di Dahie, a sud di Beirut, le vittime sono state sei ed oltre Kalil al- Hayya, dirigente di Hamas, poco si sa degli altri quattro morti). Atti di guerra durissimi e spietati, ma lontani anni luce dai bombardamenti indiscriminati che hanno colpito duramente Gaza City e il Nord della Striscia. Quei raid hanno provocato un numero francamente intollerabile di vittime – oltre che largamente controproducente per gli interessi di Israele – fra la popolazione civile.

Un’azione come quella di Beirut, invece, risulta di straordinaria efficacia, se paragonata alle devastazioni portate nella Striscia per settimane. Secondo tradizione, Israele non ammetterà mai la sua responsabilità, ma la firma è limpida, mentre la memoria corre al piano (realizzato) di eliminazione dei vertici di Settembre Nero, l’organizzazione terroristica palestinese dietro il sanguinoso assalto alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Lo scrivemmo già lo scorso 8 ottobre: dopo la giornata dell’infamia orchestrata e realizzata da Hamas 24 ore prima nel Sud di Israele, il governo di Gerusalemme avrebbe dovuto fare di tutto per cancellare Hamas, evitando di cadere nella trappola strategica tesa dai terroristi di scatenare una rabbia incontrollata e generalizzata, coinvolgendo i civili.
Ciò che puntualmente è accaduto per la pochezza politica e l’insipienza strategica del premier Benjamin Netanyahu. Nonché l’incapacità degli altri membri del governo di arginarlo.

L’operazione in Libano ha una sua logica, dura ma di grande efficacia militare. Anche psicologica, su un nemico costretto a vivere nell’assoluta consapevolezza che non esisterà un luogo sicuro. Neppure nella Beirut controllata da Hezbollah o nella Siria sotto il tacco iraniano. Per tacere di Gaza.

Questo è il tipo di operazioni che Israele avrebbe dovuto condurre sin dall’inizio e non averlo fatto costerà molto in termini politici nell’immediato futuro, mentre ha scavato un solco molto più profondo di quanto si creda fra un premier screditato e la stessa Casa Bianca.
C’è tempo e modo di riparare almeno in parte, ma resta il drammatico problema di fondo: Israele deve darsi un governo e una guida diversi, prima di perdere la sostanza dell’appoggio dell’Occidente. Perché si può essere al fianco a parole, ma gradualmente sempre più freddi e distanti. Un rischio che Gerusalemme farebbe bene a non sottovalutare.

di Fulvio Giuliani

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