Quanto la Bielorussia ha da perdere rompendo con l’Ue
| Esteri
Nonostante le sanzioni, le esportazioni bielorusse in Europa sono cresciute del 58%. Per la Banca mondiale, però, che gli effetti negativi sul PIL della Bielorussia si avvertiranno dal 2022.
Quanto la Bielorussia ha da perdere rompendo con l’Ue
Nonostante le sanzioni, le esportazioni bielorusse in Europa sono cresciute del 58%. Per la Banca mondiale, però, che gli effetti negativi sul PIL della Bielorussia si avvertiranno dal 2022.
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Quanto la Bielorussia ha da perdere rompendo con l’Ue
Nonostante le sanzioni, le esportazioni bielorusse in Europa sono cresciute del 58%. Per la Banca mondiale, però, che gli effetti negativi sul PIL della Bielorussia si avvertiranno dal 2022.
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AUTORE: Pierluigi Mennitti
Berlino – Ai confini fra Bielorussia e Polonia non si svolge solo una tragica partita sulla pelle di migliaia di migranti, ma anche il grande traffico dei commerci. Da un lato filo spinato e guerriglia sobillata dalle forze militari bielorusse, dall’altro il continuo andirivieni di tir e camion carichi di prodotti. Nulla sembra intralciare il commercio tra Unione europea e Bielorussia, che appare fiorente come sempre.
Nonostante le sanzioni economiche, infatti, l’interscambio commerciale tra le due aree ha vissuto nel 2021 un vero e proprio boom. Secondo dati forniti dall’Ue e ripresi dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, tra gennaio e agosto di quest’anno le esportazioni bielorusse nei Paesi dell’Unione sono cresciute del 58%.
Un aumento imponente. Certo, il confronto con il 2020 sconta il crollo che si registrò a causa della pandemia, ma anche il riferimento al 2019 tradisce un +10%. E se l’Unione europea costituisce nel suo complesso il secondo partner commerciale di Lukashenko, alcuni suoi Stati nazionali si piazzano subito a ridosso dei primi tre: dopo Russia, Ucraina e Cina ci sono infatti Germania, Polonia e Paesi Bassi. In un anno l’export bielorusso è cresciuto del 51% con Berlino (primi tre trimestri) e del 40% con Varsavia (primo trimestre).
Eppure, nell’agosto 2020, all’indomani dei brogli elettorali e delle repressioni, l’Unione europea aveva varato quattro pacchetti di sanzioni economiche, evidentemente piuttosto morbide, dal momento che non colpivano i settori chiave dell’industria bielorussa e non intaccavano in maniera sostanziale gli scambi commerciali fra Minsk e i Paesi Ue. Dopo il dirottamento del volo Ryanair, si sono aggiunte sanzioni sui prodotti petroliferi e sul potassio, di cui la Bielorussia è terzo produttore mondiale.
In questo caso si tratta di settori strategici, ma l’eventuale efficacia si avvertirà solo l’anno prossimo. Lo conferma Katerina Bornukowa dell’Istituto economico Beroc di Minsk: «Le misure non hanno funzionato, perché, ad esempio, per potassio e prodotti petroliferi riguardano contratti di fornitura conclusi dopo l’entrata in vigore delle sanzioni», ha detto alla “Faz”. La maggior parte dei contratti attualmente in vigore non è dunque colpita. In più, ci sono molte eccezioni: finora solo un quinto circa della produzione di potassio è soggetto a sanzioni.
E i prodotti in legno e metalli, richiestissimi nella fase di ripresa economica dopo la pandemia, non sono stati presi in considerazione. Tuttavia, sempre secondo l’esperta di Minsk, comincia ad avvertirsi l’effetto delle cosiddette sanzioni secondarie. Un investitore cinese, ad esempio, ha revocato il progetto di realizzazione di nuove mietitrebbie (altro settore di punta dell’industria bielorussa) e l’agenzia Fitch ha ritirato il rating di due banche statali bielorusse.
Per la Banca mondiale il vero contraccolpo delle sanzioni si avvertirà solo a partire dai prossimi mesi e fra pochi giorni entreranno in vigore anche nuove misure punitive americane. Le stime indicano una flessione del Pil bielorusso del 2,8% per il prossimo anno, dopo il sorprendente +3% di quello in corso.
di Pierluigi Mennitti
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