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title: Bollettino del terzo giorno della guerra fra Israele e Iran. Gli Stati Uniti si avvicinano al conflitto
description: Ci potrebbero essere azioni preparatorie che Washington dovrebbe adottare per unirsi alla guerra fra Israele e Iran
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date: 2025-06-16
author: Camillo Bosco
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categories: [Esteri]
tags: [guerra, Iran, israele]
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# Bollettino del terzo giorno della guerra fra Israele e Iran. Gli Stati Uniti si avvicinano al conflitto

![Israele Iran](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/06/Israele-Iran-1024x639.jpg)

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2025-06-15 13:29:34

2025-06-15 11:29:34

Entrambi sono alle prese con crisi interne ed estere. Ma devono anche fare i conti con la propria opinione pubblica che, nel caso di The Donald sembra avergli rovinato il compleanno con il “No King’s Day” contro la parata militare in stile nordcoreano

Prima l’apparente presa di distanza da parte di Washington nei confronti dell’attacco israeliano all’Iran, poi il messaggio del Presidente in persona. Ancora una volta Donald Trump ha mischiato le carte in tavola, da abile e imprevedibile “giocatore” quale si sta mostrando in questo suo secondo mandato alla guida degli Stati Uniti: ha definito quello di Tel Aviv un “attacco eccellente”, si è detto “non preoccupato per lo scoppio di una guerra regionale in Medioriente” e poi convinto che il piano Raising Lion di Israele potrebbe persino "aumentare le possibilità" di raggiungere un accordo sul nucleare con gli iraniani, affermando: “Forse inizieranno a negoziare seriamente".

Ma agli stop and go di The Donald, dopo 6 mesi, ci si inizia ad abituare. Non per niente c’è chi parla di vera e propria strategia e chi, invece ha coniato il nickname di TACO (Trump Always Chickens Out), a sottolineare come la smentita, dopo gli annunci ufficiali, sia sempre dietro l’angolo. Di certo qualcosa che accomuna Trump e Netanyahu c’è, o almeno così si percepisce negli Stati Uniti, che ora vivono un momento di tensione altissima. Alimentare gli scontri nei confronti dell’avversario interno (quali sono presentati gli immigrati illegali a Los Angeles) o il nemico esterno (come nel caso dell’Iran) giova a rinsaldare il sostegno. O quantomeno questo sembra uno degli intenti.

Per ora Benjamin Netanyahu ha distolto temporaneamente l’attenzione e gli occhi del mondo da Gaza, che resta una ferita aperta non solo per l’opinione pubblica israeliana, ma anche per la tenuta stessa del suo Governo, e dunque per il suo futuro alla guida del Paese. Intanto, in America sono in molti a pensare che probabilmente il premier israeliano abbia adottare una tattica simile a quella di Donald Trump con il cambio di rotta da parte dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement, ossia l’agenzia agenzia federale statunitense responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione. Intanto Netanyahu stesso ha dichiarato che la missione Rising Lion era nota a Washington, lasciando intendere che ci fosse una sorta di “semaforo rosso” da parte della Casa Bianca. Certo, l’apertura di un nuovo fronte, per di più con l’Iran con cui si stava negoziando un nuovo accordo sul nucleare con la mediazione dell’Oman, non sembra agevolare The Donald, che nel frattempo festeggia il suo compleanno non senza qualche mal di pancia.

Proprio oggi le piazze americane, a diverse latitudini, vedono sfilare manifestanti per il cosiddetto “No King’s Day”. Le polemiche (le ultime in ordine di tempo) riguardano la decisione di istituire la parata per celebrare i 250 anni della U.S. Army, l’esercito statunitense, rievocando eventi analoghi che vanno in scena, ad esempio, nella Corea del Nord del dittatore Kim Jong-un. Si tratta di cortei che si uniscono a quelli contro la decisione di intervenire per porre fine ai disordini di Los Angeles, con l’invio di Marines nella città californiana, a supporto delle forze dell’ordine e della Guardia Nazionale. Ma, proprio come Netanyahu, anche Trump non sembra intenzionato a compiere passi indietro. Al contrario, ora è anche forte della decisione della Corte d'Appello che, come ha ricordato lo stesso Presidente tramite il suo social Truth, “posso usare la Guardia Nazionale per proteggere le nostre città, in questo caso Los Angeles. Se non avessi mandato l'esercito a Los Angeles, quella città sarebbe in fiamme in questo momento. Abbiamo salvato Los Angeles. Grazie per la decisione!!!".

Una linea analoga a quella della fermezza del leader di Tel Aviv, in questo caso contro Teheran, con Netanyahu che ha ribadito che l’attacco era previsto già per aprile, per poi essere “rimandato”. Resta da capire quali saranno le prossime mosse americane: Benjamin Netanyahu è stato il primo leader mondiale a cui Donald Trump ha stretto la mano alla Casa Bianca, dopo l’insediamento per il suo secondo mandato, dunque il legame tra i due rappresenta ancora un’incognita per Teheran, che nel frattempo ha annunciato la controffensiva contro Israele True Promise 3. Per ora sembra andata in frantumi la speranza della comunità internazionale che potesse portare a una svolta nella crisi mediorientale. La svolta, in effetti, c’è stata, ma non era quella auspicata: il leader israeliano non solo ha proseguito nel suo piano a Gaza, ma anche aperto nuovi fronti.

Di Eleonora Lorusso

Cosa accomuna oggi Trump e Netanyahu

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2025-06-15 13:37:49

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2025-06-14 12:46:01

2025-06-14 10:46:01

Non è l’attacco israeliano a minacciare la pace, ma la corsa iraniana alla bomba atomica. Si può mediare su molte cose, ma non su questo

Non è l’attacco israeliano a minacciare la pace, ma la corsa iraniana alla bomba atomica. La dittatura teocratica considera essenziale al proprio peso il potere disporre di quell’arma. Per le democrazie, per il mondo civile e per gli arabi sunniti è essenziale escludere che gli iraniani ci riescano. Si può mediare su molte cose, ma non su questo. Israele è soltanto il primo bersaglio annunciato, quindi il fronte esposto che muove l’intervento armato per ribadire il divieto. E ancora una volta, come nei confronti dei mercenari iraniani di Hamas, a molti fa comodo che sia Israele a regolare i conti.

Non si fraintendano, però, i dati che la realtà restituisce. Il colpo israeliano – almeno fin qui – è preciso ed efficace, devastante. Israele non ha agito da solo, qui non siamo a Gaza, dove non riesce ad estirpare Hamas, con costi umani altissimi. Il colpo preciso, l’eliminazione di capi miliziani e i bersagli dei centri atomici hanno un significato: il fatto che riusciate a menare per l’aia la Casa Bianca, incapace di costringere i pur favoriti russi a fermarvi, non significa che possiate andare avanti indisturbati. Ci sta anche la volontà di Netanyahu di dimostrarsi non imbrigliabile, ma gli israeliani hanno ragione: gli iraniani non devono avere la bomba atomica.

La reazione iraniana, almeno fin qui, è intimorita: ovvia la rappresaglia e scontata la sua parziale inefficacia, ma evita bersagli americani e lascia aperta la strada del negoziato. Le parole subiranno un crescendo, ma fa parte della scena. Il regime è marcio dentro e il punto è: su cosa si negozia? In fondo l’Iran è l’esempio seguito dall’alleato Putin: si negozia senza approdare a niente, si favoriscono gli affari e nel frattempo si aprono nuovi fronti di guerra. Lo scenario iraniano è così da anni, intanto i teocrati hanno creato succursali terroristiche operative e hanno continuato la corsa al nucleare. Che sembra essere giunta all’esito da loro desiderato: hanno coltivato tanto uranio da poterne costruire diverse. La caduta di Assad, in Siria, è stata per loro (e Putin) un duro colpo.

La Casa Bianca strepita, ma non agisce. Israele ha annunciato mille volte una reazione. Quello in corso è un esempio di dialogo armato. Ma se non si sveglia la politica continueranno a parlare soltanto le armi. Non esiste diplomazia, non esistono negoziati, se al tavolo con aggressori e dittature aggressive non ci si siede armati fino ai denti e avendo chiarito che si è pronti a usare le armi. Da questo punto di vista Israele non ha solo ragione, ma sta facendo un piacere anche ad altri.

Il che ci riporta al tema del riarmo e della sicurezza interna che oggi non saremmo, noi europei, in grado di assicurare. Israele è una specie di miracolo: una democrazia sempre sotto aggressione e sempre in guerra, che rimane una democrazia con i cittadini in piazza che manifestano contro il governo. Noi siamo dei miracolati: democrazie che sperano di restare tali avendo posposto, se non cancellato, il tema della difesa. Finita quella stagione non si pensi di potere parlare soltanto di spesa. Che sarà comunque crescente.

Quello delle percentuali non è un gioco, anche perché noi italiani spendiamo ancora meno di quel che promettemmo una decina d’anni fa. La spesa per la difesa crescerà di peso sul Pil, ma non basta chiedere altri dieci anni. Noi italiani siamo in difetto rispetto alla Nato, cerchiamo di non replicare in Ue, anche perché quello della difesa è un mercato in cui possiamo crescere. Abbiamo difficoltà di bilancio, ma questo non ci impedisce di far osservare che per spendere assennatamente si deve farlo nel quadro della difesa comune e non in quello dei bilanci separati. Non c’è tempo per discettare se fare prima la difesa comune o investire prima negli strumenti della difesa: si deve agire contemporaneamente. E si può farlo senza nasconderlo all’opinione pubblica, spiegando che non ci si deve turbare se si spende in difesa, indicando i turbanti iraniani come esempio di minaccia coordinata con la Russia che invade l’Ucraina.

Non parlarne, sperando così che non esistano, è divenuto impossibile.

Di Davide Giacalone

Turbante iraniano

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2025-06-14 12:46:10

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2025-06-15 11:21:14

2025-06-15 09:21:14

Iran: "Pronti ad accordi sul nucleare a patto che prosegua il programma nucleare civile", così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Il governo israeliano approva la proroga dell'emergenza speciale sul fronte interno fino al 30 giugno

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che la Repubblica Islamica è aperta a un negoziato che sancisca la rinuncia all'arma atomica. A patto però che possa proseguire con il proprio programma nucleare civile.

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri sono state trasmesse dalla tv pubblica iraniana e sono state fatte durante un incontro con alcuni diplomatici stranieri.

"Siamo pronti a qualsiasi accordo finalizzato ad assicurare che l'Iran non ottenga armi nucleari" ma non a intese che "privino l'Iran dei propri diritti nucleari", ovvero allo sviluppo di questa tecnologia per scopi civili. "È del tutto chiaro che il regime israeliano non vuole alcun accordo sulla questione nucleare. Non vuole negoziati e non punta alla diplomazia", ha aggiunto il ministro. In merito all'attacco di venerdì, Araghchi lo ha definito un "tentativo di minare la diplomazia e far deragliare le trattative".

Intanto, l'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, in Israele, resta chiuso per il terzo giorno consecutivo. L'Autorità aeroportuale israeliana ha infatti spiegato che lo spazio aereo del Paese rimarrà interdetto per i voli in arrivo e in partenza. Precisando, inoltre, che l'avviso sulla possibile riapertura sarà diffuso con almeno sei ore di anticipo. Inoltre, nel pomeriggio di oggi il governo israeliano ha approvato la proroga dell'emergenza speciale sul fronte interno fino al 30 giugno.

Di Claudia Burgio

Iran: "Pronti ad accordi sul nucleare". Israele approva emergenza speciale fino al 30 giugno

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2025-06-15 16:45:47

2025-06-15 14:45:47

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