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Carri disarmati

Sospende i lavori l’unico stabilimento russo che assemblava carri armati. Un episodio significativo che sembra confermare una serie di difficoltà annunciate da più fronti.
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Sospende i lavori l’unico stabilimento russo che assemblava carri armati. Un episodio significativo che sembra confermare una serie di difficoltà annunciate da più fronti.
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Sospende i lavori l’unico stabilimento russo che assemblava carri armati. Un episodio significativo che sembra confermare una serie di difficoltà annunciate da più fronti.
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Sospende i lavori l’unico stabilimento russo che assemblava carri armati. Un episodio significativo che sembra confermare una serie di difficoltà annunciate da più fronti.
Per mancanza di componenti di fabbricazione straniera, ha sospeso i lavori l’unico stabilimento russo che assemblava carri armati. La notizia conferma le previsioni di un possibile imminente collasso dello sforzo bellico di Putin, su cui stanno scommettendo sia la resistenza ucraina sia l’Occidente. La fabbrica è la “Uralvagonzavod” (“Officina di vagoni ferroviari degli Urali”). Sita a Nižnij Tagil, nella regione degli Urali, in realtà ha una produzione varia: non solo armamenti ma anche macchinari e veicoli pesanti. È famosa soprattutto come la più grande fabbrica al mondo di carri armati ed è stata costruita e attivata nel 1936 dal secondo piano quinquennale dell’Unione Sovietica, con l’obiettivo di creare un centro alternativo di industria pesante lontano dai tradizionali poli industriali russi. Quando durante la Seconda guerra mondiale questi furono messi a rischio dall’avanzata tedesca, vi venne trasferita la produzione in massa dell’iconico carro T-34, che svolse un ruolo decisivo per la vittoria dell’Armata Rossa. Negli anni ha continuato a produrre decine di migliaia di carri armati, esportati in tutto il mondo. Ma proprio adesso che ce n’è più bisogno, le catene di montaggio dei T-90 hanno dovuto essere arrestate. Un episodio significativo, che sembra confermare tutta una serie di difficoltà annunciate da varie fonti. Martedì è stato ad esempio il Ministero della Difesa ucraino ad assicurare che le forze russe avrebbero ancora munizioni, combustibile e alimenti per non più di tre giorni, dal momento che non sono riuscite neanche a realizzare l’oleodotto di cui avrebbero avuto bisogno per assistere le truppe in prima linea. Per questo debbono provvedere con autocisterne, meno efficienti e più vulnerabili. Sempre da fonte ucraina arriva la notizia di un centinaio di aerei russi fin qui abbattuti. Il Pentagono stima che dall’inizio della guerra il potenziale militare della Russia sarebbe sceso sotto al 90%. Anche le cartucce economiche del regime di Putin starebbero esaurendosi: secondo uno studio del Centre for Economic Recovery e delle consulting firm Civitta and EasyBusiness, il costo giornaliero della guerra sarebbe di 20 miliardi di dollari. Significa che in sette giorni e mezzo la Russia avrebbe già raddoppiato i preesistenti 150 miliardi di dollari di debito in capo allo Stato e alle sue aziende. In questo contesto non sorprende più di tanto il contenuto della telefonata, intercettata sul fronte di Mykolaiv, di un ufficiale russo a un suo superiore: «Stiamo di fronte a una resistenza peggio che in Cecenia. Metà dei soldati hanno i piedi congelati» perché costretti a dormire all’aperto per mancanza di tende. di Maurizio Stefanini

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