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Cina, tra ombre e diplomazia

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Il fondamento dell’etica politica del comunismo in Cina, insomma, non sta nel rispetto delle regole ma nel perseguire i mutevoli interessi del Partito
Cina

Cina, tra ombre e diplomazia

Il fondamento dell’etica politica del comunismo in Cina, insomma, non sta nel rispetto delle regole ma nel perseguire i mutevoli interessi del Partito
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Cina, tra ombre e diplomazia

Il fondamento dell’etica politica del comunismo in Cina, insomma, non sta nel rispetto delle regole ma nel perseguire i mutevoli interessi del Partito
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L’ambasciatore cinese a Parigi, Lu Shaye, in una trasmissione televisiva francese dedicata all’Ucraina ha candidamente sostenuto che le repubbliche ex sovietiche «non sono pienamente sovrane», in quanto «non c’è stato un accordo internazionale in materia». I Paesi interessati, che hanno normali relazioni diplomatiche con la Cina da oltre trent’anni, hanno ovviamente udito queste affermazioni con sentimenti oscillanti fra la rabbia e la preoccupazione. Passati due giorni di polemiche, il Ministero degli Esteri cinese, in conferenza stampa, ha precisato che la Cina riconosce pienamente la sovranità dei Paesi in questione, rifiutando ogni commento sulle dichiarazioni del suo ambasciatore in Francia.

Lu Shaye non è un novellino della diplomazia, ma un notorio esponente della “linea dura” del regime cinese ed è dunque impossibile considerare le sue affermazioni come una gaffe accidentale. La successiva precisazione formale del governo di Pechino peraltro non risolve la controversia suscitata, ma la rende più grave. La Cina non è una democrazia, ma un’autocrazia a partito unico che – per la prima volta dalla morte di Mao – ha un leader forte e non più una “direzione collettiva”. È dato dunque ipotizzare che in un simile sistema di potere non possano coesistere diverse e contrastanti posizioni su questioni essenziali e di conseguenza immaginare che il funzionario che ha assunto pubblicamente una posizione diversa da quella del suo governo finirà male o dovrà fare autocritica. Ma è fortemente improbabile che ciò accada. Lu Shaye in realtà ha detto parole che ci aiutano a capire come funziona la logica del suo regime: formalmente la Cina ha sottoscritto una serie di trattati, accordi e contratti… ma in pratica è intenzionata a onorarli solo nella misura in cui ciò le sembrerà conveniente.

Il fondamento dell’etica politica del comunismo cinese, insomma, non sta nel rispetto delle regole ma nel perseguire i mutevoli interessi del Partito, indipendentemente dalle regole formali esistenti. La storia e gli accordi passati possono essere continuamente riscritti o ignorati, se conviene. Non a caso, un vecchio proverbio cinese dice che la firma di un contratto costituisce il primo passo verso un negoziato… e non la sua conclusione. Date le premesse, ben vengano i contatti diretti tra Zelensky e Xi, ma la credibilità della Cina come possibile mediatore del conflitto con la Russia è in partenza nulla, se non nella misura in cui un determinato tipo di accordo può risultare favorevole agli interessi cinesi.

Ad Astana, capitale del Kazakhstan, repubblica ex sovietica apparentemente in marcia di allontanamento da Mosca e di avvicinamento a Pechino, le candide frasi di Lu Shaye devono aver fatto suonare qualche campanello d’allarme e fatto riscoprire l’utilità di migliori relazioni con l’Occidente, per evitare di finire dalla padella nella brace.

di Ottavio Lavaggi

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