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Guerra Ucraina

Dalla culla alla bomba

Fra le almeno 30 vittime dell’attacco sinora stimate dalla Procura regionale, nel quartiere Slobid i soccorritori hanno recuperato un bimbo ferito d’appena 11 mesi
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Dalla culla alla bomba

Fra le almeno 30 vittime dell’attacco sinora stimate dalla Procura regionale, nel quartiere Slobid i soccorritori hanno recuperato un bimbo ferito d’appena 11 mesi
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Dalla culla alla bomba

Fra le almeno 30 vittime dell’attacco sinora stimate dalla Procura regionale, nel quartiere Slobid i soccorritori hanno recuperato un bimbo ferito d’appena 11 mesi
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Fra le almeno 30 vittime dell’attacco sinora stimate dalla Procura regionale, nel quartiere Slobid i soccorritori hanno recuperato un bimbo ferito d’appena 11 mesi

Kharkiv – Sapere che dall’altra parte di quel telefono che squilla incessantemente dentro un body bag qualcuno sta pregando che un proprio caro sia vivo lacera dentro, fermando in gola ogni parola. Da quasi 600 giorni calpestiamo ogni giorno vetri rotti, ciottoli, lamiere bruciate e calcinacci carbonizzati ancora fumanti. Intorno alle 6:45 del mattino una tempesta di missili e droni partiti dalla Federazione Russa s’è abbattuta contro i distretti Kyivskyj e Osnovianskyj di Kharkiv, danneggiando gravemente almeno 25 edifici residenziali e provocando un numero di morti e feriti tuttora imprecisato. A poche ore dal massacro di Hroziv (la piccola città nel distretto di Kupiansk dell’oblast’ di Kharkiv descritta ieri su queste stesse pagine) costato la vita a 52 civili innocenti (di cui molti erano anziani, donne e bambini) e dal terribile bombardamento che ha distrutto l’ospedale di Beryslav a Kherson, i russi sono tornati a sparare contro inermi obiettivi civili ucraini. Non v’è dubbio, infatti, che quanto estratto dalle macerie da vigili del fuoco e volontari Dobrobat non faccia neanche lontanamente parte d’alcun obiettivo militare: elettrodomestici, vasche da bagno, televisori, culle, mobili, libri e altri oggetti di una vita di tutti i giorni che i russi hanno distrutto per sempre.

Fra le almeno 30 vittime dell’attacco sinora stimate dalla Procura regionale, nel quartiere Slobid i soccorritori hanno recuperato un bimbo ferito d’appena 11 mesi. Era avvolto fra le coperte e molto probabilmente quando è stato colpito stava ancora dormendo. Poco distante, fra i rottami è stato estratto il corpo senza vita del suo fratellino di 10 anni e, ancora qualche metro oltre, quello della nonna di 68. Mentre le ruspe spalano facendosi strada fra lamiere divelte e ruderi carbonizzati, la memoria vola ai passeggini accartocciati e ai giocattoli fusi dal fuoco che esattamente tre mesi fa abbiamo visto poco lontano da qui. Era infatti il 5 luglio quando sempre a Kharkiv, ma nel quartiere Pervomaiskyj, altri bambini sono stati investiti da una pioggia di bombe mentre giocavano al parco con le mamme e coi nonni. Un altro Iskander, identico a quello che ieri ha polverizzato in una frazione di secondo le case e le vite di questi innocenti, centrava in pieno un’ampia fascia di palazzoni d’epoca sovietica disposta attorno a un parco giochi per bambini.

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Dopo aver visto in prima persona le orribili conseguenze di tali attacchi, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk – inviato ieri a Hroziv – s’è detto profondamente scioccato e ha espresso tramite la portavoce dell’Ohchr Elizabeth Trossell «una ferma condanna per questi omicidi». Leggiamo quest’agenzia accanto a Nastija, che qui a Kharkiv c’è nata e vissuta finché un giorno, alle 5:30 del mattino, s’è vista costretta a fare alla svelta lo zaino per improvvisare una rocambolesca fuga dalla sua città, finita sotto una pioggia di bombe contro un posto di blocco russo. Dopo aver vissuto quasi un mese di prigionia nel quale i russi si sono resi artefici di crimini inenarrabili, Nastija rigetta quelle ennesime tiepide dichiarazioni di condanna da parte di un’istituzione che «prima e più di tutte avrebbe potuto e dovuto far qualcosa». Il pensiero di Nastija è largamente condiviso da queste parti, tanto che l’unico plauso è arrivato alla notizia dello sblocco da parte di Berlino d’un altro sistema difensivo Patriot, oltre ad ancora un Iris-T e un’altra dozzina di sistemi antiaerei Gepard. Gesti concreti, in grado di salvare vite più d’ogni altra dichiarazione.
Di Alla Perdei e Giorgio Provinciali

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