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title: "Gli &#8220;Afrika Korps&#8221;, i mercenari africani assoldati dalla Russia"
description: "I cosiddetti “Afrika Korps”: principalmente persone reclutate da Mosca in Burundi, Congo, Ruanda e Uganda per combattere"
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/05/Afrika-Korps.jpg
date: 2024-05-30
author: Giorgio Provinciali
url: https://laragione.eu/esteri/cronache-di-guerra/gli-afrika-korps-i-mercenari-africani-assoldati-dalla-russia/
categories: [Cronache di guerra]
tags: [guerraucraina, Ucraina]
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# Gli &#8220;Afrika Korps&#8221;, i mercenari africani assoldati dalla Russia

![Afrika Korps](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/05/Afrika-Korps.jpg)

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2023-02-05 13:00:00

2023-02-05 12:00:00

"Facevano a gara a chi uccideva più civili": la devastante testimonianza di Maria da Kharkiv, dove sono stati rinvenuti i corpi di 920 civili e almeno 25 camere della tortura

Kyiv – Senza dubbio Kharkiv è uno dei luoghi chiave per comprendere la portata dell’invasione russa dell’Ucraina. Fu qui che il 21 aprile 2010 il neoeletto presidente filorusso Viktor Janukovych siglò con Medvedev uno degli accordi più controversi (ma poco noti) con cui, in palese contrasto con la Costituzione ucraina che vieta la presenza militare di qualsiasi nazione entro i propri confini, veniva concesso alla flotta russa nel Mar Nero l’utilizzo del porto di Sebastopoli (Crimea). Con quell’atto incostituzionale e non rivelato al pubblico, Janukovych consentiva l’ingresso di 25mila soldati russi in territorio ucraino, dando de facto il via all’occupazione militare della penisola che si sarebbe concretizzata nel 2014 con l’annessione unilaterale di quest’ultima alla Federazione Russa e con l’invasione del Donbas.

Kharkiv è anche la città simbolo della resistenza ucraina: trovandosi a pochi chilometri dal confine con la Federazione Russa ed essendo a maggioranza russofona, fu oggetto degli attacchi più feroci con cui Putin tentò di soddisfare le sue brame imperialiste. L’immediata reazione della città serrò ai russi la strada verso Kyiv e rese poi l’intera omonima oblast’ teatro di una magistrale controffensiva.

Foto dal centro dal Kharkiv

 

 

 

 

 

La distruzione dal centro di Kharkiv

Tuttora devastata dai missili russi, Kharkiv non è mai caduta grazie al valore di persone come Maria, che racconta d’essersi trovata nel giro di poche ore, quasi un anno fa, nel bel mezzo di una delle più imponenti manovre belliche russe. «Di fronte a noi sono sfilati più di 500 blindati. Dalle camionette, i soldati di Mosca dicevano di essere venuti a liberarci perché ci veniva impedito di parlare in russo. Mai sentita una sciocchezza simile, detta proprio nella lingua in cui più d’una volta io stessa mi sono rivolta a loro» esclama Maria, che prosegue raccontando come all’ingresso di ceceni e buriati la città sia stata oggetto di saccheggi e razzie. «Facevano a gara a chi uccideva più civili per strada, come in un safari. Rubavano ogni cosa, persino la carta igienica. Per salvare in qualche modo l’auto del vicino abbiamo dovuto smontarla a pezzi e tenerne ciascuno una parte in giardino».

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Piazza nel centro di Kharkiv

Per i militari russi era prassi comune rapire e violentare le donne. Gongolavano sadicamente nel farlo di fronte ai mariti. Un giorno i soldati russi entrano in casa sua e portano via anche lei. Rivolgendosi al compagno, legato e imbavagliato, sentenziano: «È un problema tuo se sei ucraino». I giorni successivi vivrà un incubo. Condotta in un seminterrato, subirà le violenze di una decina di uomini per almeno due settimane e sarà costretta ad assistere alle esecuzioni di diversi compaesani ritenuti “spie”. Detenuti in condizioni disumane, alcuni sono stati impiccati e lasciati appesi accanto a lei, altri torturati con degli elettrodi applicati alla lingua e ai genitali, poi gettati a terra agonizzanti e ricoperti con secchiate d’escrementi.

Costretti alla ritirata dall’incredibile resistenza locale, gli invasori non riusciranno mai a conquistare Kharkiv e fuggiranno lasciando Maria e molti altri civili tenuti in ostaggio. Recentemente, nel resto dell’omonima oblast’ sono state rinvenute fosse comuni con i corpi di 920 civili e almeno 25 camere della tortura come quella in cui Maria ha vissuto le due settimane peggiori della sua vita.

 

Di Giorgio Provinciali

La devastante testimonianza da Kharkiv

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2023-02-04 16:07:47

2023-02-04 15:07:47

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2024-05-29 16:50:57

2024-05-29 14:50:57

In vista del summit per la pace, previsto il prossimo 15 giugno in Svizzera, il presidente ucraino Zelensky ha esortato il sostegno dei leader mondiali

Le parole con cui il Presidente Volodymyr Zelenskyj ha esortato i leader mondiali a sostenere il summit per la pace del prossimo 15 giugno in Svizzera accompagnano questa lunga clip registrata senza interruzioni dai nostri corrispondenti Alla Perdei e Giorgio Provinciali in una Kharkiv messa a ferro e fuoco dai russi.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI “CRONACHE DI GUERRA”GUARDA TUTTI I VIDEO “REPORTAGE DALL’UCRAINA”Servizio a cura di Giorgio Provinciali e Alla Perdei

Il messaggio del presidente ucraino Zelensky

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2024-05-29 16:53:45

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2024-05-25 10:55:22

2024-05-25 08:55:22

Una guerra come quella in Ucraina non si racconta scorrendo la home dei social o rilanciando agenzie e think tank e che l’incipit

Sloviansk – “Kiev ha perso, è ora di ammetterlo. Prolungare l’agonia costa troppe vite”; “In attesa della caduta per proteggere Kiev alzano i denti di drago”; “Kiev collassa ma la Nato batte cassa: soldi e armi per 5 anni”; “I russi sfondano e avanzano ovunque”; “Kharkiv in ginocchio: ucraini in fuga” sono solo alcuni dei titoli che spiccavano nelle edicole italiane nei giorni scorsi. In netta controtendenza, noi abbiamo invece spiegato che da Kharkiv nessuno è fuggito ma al contrario che lì si stanno accogliendo gli sfollati dai territori più a Nord, che i russi non hanno affatto sfondato ma sono stati invece contenuti nella cosiddetta ‘zona grigia’ e infine che la loro offensiva è fallita. Altri titoli meno ultimativi lasciano comunque in questi giorni trasparire l’ineluttabilità della capitolazione ucraina e il rifiuto del suo presidente di accettare «la pace occidentale», aprendo all’imminente invasione russa dell’oblast’ di Sumy di cui noi scriviamo da almeno sei mesi. Siamo stati giornalisti migliori? No. Disponevamo d’informazioni riservate? No. Semplicemente, abbiamo riportato dal campo ciò che vedevamo, sapendo che una guerra non si racconta scorrendo la home dei social o rilanciando agenzie e think tank e che l’incipit «dal nostro inviato a Kyiv» non dice nulla se gli eventi narrati si trovano mille chilometri oltre.

Il fotogiornalista pavese Andrea Rocchelli fu tra i primi a farlo, coi suoi scatti unici e taglienti, documentando dal campo le condizioni dei civili durante l’invasione russa del Donbas. Doveroso ricordarlo a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta nella città da cui corrispondiamo oggi per questo giornale nei pressi della ferrovia che all’epoca segnava la linea del fronte tra le milizie separatiste sostenute dai russi e quelle regolari di Kyiv (che nei mesi seguenti avrebbero liberato Sloviansk). Era il 24 maggio 2014 e insieme al fotoreporter italiano moriva anche il dissidente russo, giornalista e attivista per i diritti umani Andrej Mironov. In quel caso i titoli colpevolizzanti e inquisitori della stampa italiana giocarono un ruolo determinante nelle indagini, che portarono all’affrettata conclusione che il killer dei due fosse tale Vitalij Markiv, allora soldato semplice ucraino di cittadinanza italiana in servizio sulla collina di Karachun da cui la Guardia nazionale in cui era inquadrato teneva a tiro i terroristi russi. Un articolo edito dal “Corriere.it” – in cui la giornalista Ilaria Morani rivelava la presunta ammissione di colpevolezza di Markiv sulla base d’una telefonata mai registrata – fu posto agli atti dalla Corte del Tribunale di Pavia, rivelandosi decisivo per la condanna a 24 anni di reclusione del giovane soldato ucraino. Emma Bonino e i Radicali Italiani seguirono subito il caso fino all’assoluzione in secondo grado e poi in Cassazione di Markiv, che nel frattempo aveva però scontato ingiustamente una pena detentiva di quasi quattro anni.

Dall’alto della collina di Karachun – in cui nessun inquirente né il Ris di Parma (chiamato in causa per una perizia a distanza) sono mai venuti – appare quantomeno dubbio il fatto stesso che possano esser stati gli ucraini a colpire il fossato posto alle spalle del treno in cui si trovavano – a oltre due chilometri di distanza – Rocchelli e Mironov. Il fatto che gli stessi si trovassero in abiti civili e senza identificativi che li distinguessero in quanto “Press” (operatori della stampa) in un luogo posto proprio di fronte alla fabbrica Zeus Ceramica occupata da soldati russi in uniforme senza insegne e miliziani filorussi in abiti civili, rende ancor più improbabile la tesi secondo cui un soldato ucraino possa aver aperto intenzionalmente il fuoco contro un giornalista. Basta trovarsi qui per capirlo.

La superficialità con cui la stampa e la magistratura italiana trattarono quel caso fa da contraltare alla perizia dimostrata invece da chi ebbe il coraggio d’effettuare rilevazioni e condurre indagini dal campo, con tutti i rischi che ne conseguono. Il lavoro svolto da Cristiano Tinazzi nel suo “Crossfire” è in tal senso a dir poco encomiabile: effettuando rilevamenti orografici con l’ausilio di droni e ricostruendo la mappatura in 3D dei territori di Sloviansk in cui si consumò la tragedia, il giornalista italiano è stato infatti in grado di ripercorrere tutta la vicenda giudiziaria restituendo una visione fedele alla realtà di quelle circostanze.

Sono evidenti i danni procurati dagli otto anni di superficialità e pressapochismo con cui è stata descritta l’invasione dell’Ucraina da quella parte di stampa che seppe spacciarla per guerra civile. Dell’Ucraina noi scriviamo quel che vediamo e viviamo; altri purtroppo la raccontano come una sorta di favola nera da un Paese lontano.

di Alla Pardei e Giorgio Provinciali

La realtà della guerra in Ucraina e il pregiudizio

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2024-05-25 10:55:25

2024-05-25 08:55:25

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