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Guerra, morte, carestia e peste

Ogni territorio toccato dalla guerra perde traccia di civiltà.

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Liberata dal nazismo, occupata dal colera”. Il nuovo slogan dell’Operazione “Z” è bell’e pronto mentre alcuni quartieri di quella che una volta fu la secolare città costiera di Marienpol vengono messi in quarantena per i focolai del vibrione. D’altronde l’acquedotto è danneggiato, gli scarichi fognari distrutti e l’odore dei cadaveri in decomposizione arriva sino alla spiaggia dove i pochi ucraini superstiti si ristorano gli occhi. Guardare il mare per lasciarsi la tragedia alle spalle, alla lettera.

Gli abitanti di Sjevjerodonec’k non hanno purtroppo lo sciabordio del Mar d’Azov a consolarli ma sono già tutti fuggiti da settimane oltre il fiume Donetto, le cui acque fanno ormai da barriera tra i moscoviti e gli ucraini. La tattica russa della terra bruciata era già chiara da quando il generale Kutuzov – da pochi giorni ricongiuntosi a Chruščëv – aveva livellato Popasna pur di marciarci attraverso e così Kyiv ha preferito evacuare i civili dal fronte prima di ripetere altre Buča, Irpin’ o Marienpol stessa.

Lo sgombero dell’area urbana di Sjevjerodonec’k ha permesso ai difensori di trarre in inganno i russi, facendoli avanzare fino ai confini dell’area industriale e diffondendo le voci di una ritirata giallazzurra al di là del rio. I reparti ceceni soprattutto, facili alla boria nell’ubriacamento da TikTok, si sono così fatti prendere dall’ansia di raccogliere scalpi di shayṭān occidentali per il loro barbuto e pingue caporione, precipitandosi – una volta tanto – nel centro dei combattimenti. Nella notte si sono però imbattuti nel contrattacco ucraino, che per foga e repentinità ha capovolto il saliente portando le truppe del generale Gennadij Židko a una rotta verso i confini orientali della città.

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Židko, appena nominato dal Cremlino, aveva ereditato dal collega Dvornikov uno scenario abbastanza favorevole nel Donbas ed è stato preso di sorpresa da questo colpo di reni nemico che ha portato anche alla liberazione delle cittadine di Met’olkine e Voronove. A quel punto il comando russo ha reagito richiamando tutto il richiamabile dalle riserve, in particolar modo tra gli elementi del primo e del secondo Corpo d’armata ovvero i due para-eserciti della cosiddette repubbliche popolari di Donec’k e Luhans’k. Con la solita forza d’urto dei numeri, i russi sono quindi riusciti a riprendere Met’olkine e a far indietreggiare gli ucraini (tra cui combattono addirittura i poliziotti e i membri della famosa legione di volontari internazionali) e il contesto rimane fluido anche perché rimangono ben pochi ripari per avanzate e difese a causa dei bombardamenti dell’artiglieria di Mosca.

Non è comunque l’unica buona notizia: a Chersòn la pressione delle truppe di Zelens’kyj sta montando e mentre scriviamo gli occupanti si ritirano da Blahodatne verso Sud Est, mentre a Nord della città continua a espandersi l’area sottratta agli invasori. La gravità della situazione è tale che le truppe presso Melitopol e Vasylivka sono state ritirate per dare manforte alle forze d’occupazione dell’unico capoluogo in mano silovika, sguarnendo posti di blocco e riserve nell’area della supposta offensiva verso Zaporižžja.

Non che questo renda la guerra più semplice, anzi: pare che i russi abbiano concentrato ben tre Gruppi tattici di battaglione (tra i 1.800 e i 3.000 uomini) al di là del confine presso Sumy e Černihiv. Per ogni giorno che l’Ucraina non riceverà le armi che le servono, le probabilità del crearsi di una nuova “situazione coreana” alle porte dell’Europa aumenteranno esponenzialmente. Nella nostra impotenza.

Di Camillo Bosco

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