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La resistenza degli ucraini alla paura

Il kievita Sergej Mironov mette in versi il coraggio necessario per difendersi

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«Что вы знаете о страхе? (Che cosa sai della paura?)» scrive in russo Sergej Mironov, fotografo ucraino. Prima della guerra era un economista appassionato di storia che aveva pubblicato un libro a proposito della città che amava, Kyïv. La proteggeva restaurandone i portoni più antichi, distrutti spesso in maniera sistematica per essere sostituiti da porte più moderne e pratiche. Per convincere i condomini pagava addirittura di tasca propria le spese necessarie per conservare il patrimonio architettonico della sua città, finanziando gli interventi grazie al suo lavoro di guida turistica.

Un uomo normale che, come tanti suoi concittadini, s’è arruolato dopo lo scorso 24 febbraio per difendere il suo Paese dalle mire del criminale Putin. Per otto mesi ha raccontato la sua guerra sul suo account Instagram @vanishing_kiev finché un giorno imprecisato della scorsa settimana è morto nel Donbas combattendo contro l’invasore russo. La frase con cui si apre questo articolo è la prima riga del suo ultimo post sul social; una riflessione appunto sulla strakhe, la paura.

«Il sibilo di proiettili sopra la tua testa. Il colpo attutito di quando colpiscono il terreno attorno a te. Lo schiocco quando rimbalzano tra i rami di una vecchia acacia» continuava Sergej, elencando i suoni più temuti da ogni militare. «Il suono del motore diesel di un carro armato che sta manovrando da qualche parte a 600 metri da te nella lattigine della nebbia densa, preparandosi al fuoco. E che ti inquadra nel suo sofisticato visore termico, così da sapere dove sei. Allora senti il clangore dei suoi cingoli, il frastuono del motore… Un momento di silenzio e poi un boato».

Raffiche e cannoni di fronte a sé, ma anche l’aria non è una migliore amica. «Il rombo dei postbruciatori di un aereo che incombe per lanciarti i suoi missili. Le vibrazioni nell’aria prodotte dai rotori degli elicotteri che, a te invisibili, si posizionano in assetto di attacco al di là delle chiome degli alberi». Velivoli e bombardamenti: «Il lungo stridio di un colpo da 152 millimetri che vola lungo una traiettoria ellittica nella tua direzione. Tutto quello che puoi fare è sdraiarti a terra e pregare. Il rumore di missili Grad in arrivo, uno-tre-cinque-dodici, partiti a circa venti chilometri da te. Quindi, le esplosioni: una-tre-cinque-dodici. Il tonfo improvviso del mortaio e il fischio che lo precede – così breve che non sempre hai tempo di metterti al riparo». Una sinfonia snervante. «Le esplosioni si avvicinano ancora e ancora. Sempre più terra ti cade sulla testa. I droni per correggere l’artiglieria volano nel cielo sopra di te giorno dopo giorno, solerti nel loro lavoro. Ogni prossimo scoppio potrebbe essere il tuo ultimo, ma che ci puoi fare? È una questione di fortuna».

Tuttavia, tutto questo è ancora nulla in confronto alla tensione del confronto diretto col nemico. «Un fruscio nei cespugli di fronte a te. Lo scricchiolio di rami secchi a un paio di metri dal parapetto della trincea poco profonda, appena scavata. La testa che ti pulsa piena di pensieri terribili e spaventosi. Lo sguardo fisso del tuo fratello in armi nel quale, come in uno specchio, vedi un animale che teme di morire nel dannato fango del fottuto Donbas».

Il coraggio degli ucraini è sopportare tutto questo giorno dopo giorno, disposti a morirne per non piegarsi al nemico. Mentre qui, al 268esimo giorno di guerra, non possiamo che chiederci cosa ne sappiamo noi, della paura.

Di Camillo Bosco

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