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Missili russi alla cieca

Da Leopoli a Odessa, il Cremlino colpisce a casaccio. Le scorte dell’esercito russo del generale Dvornikov si stanno esaurendo, senza aver beneficiato della loro ‘superiorità missilistica’.

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«Ho perso i miei due cani, mia nonna Galya e la mia città preferita, Mariupol» si legge nel diario scritto e disegnato da un bimbo ucraino vissuto sotto l’occupazione ruscista, il nuovo nome del fascismo russo che ha invaso l’Ucraina. Ora sembra sia al sicuro a Zaporižžja, ma molti suoi coetanei in tutto il Paese dei Girasoli soffrono chi sotto il fuoco delle artiglierie del Cremlino, chi per le truppe che impediscono i rifornimenti di viveri, chi per i bombardamenti vanitosi del regime siloviko.

 

Questi “vain bombing” sono una delle prove della disorganizzazione del comando militare russo, che procede a tentoni cambiando obiettivi giorno dopo giorno. All’indomani dell’iniziale, fallito tentativo di annientare l’aviazione di Kyiv gli Iskander, i Kalibr e i Tochka russi si sono schiantati in questi due mesi su qualche obiettivo militare, molti edifici residenziali, assembramenti di civili e finanche qualche granaio e allevamento, facendo strage di innocui porcelli. Se si poteva pensare che le infrastrutture fossero risparmiate per non azzoppare l’avanzata delle truppe di Mosca, il bombardamento della capitale ucraina in concomitanza con la visita del segretario generale dell’Onu Guterres ha dimostrato come i missili in questa guerra siano intesi quale arma politica e non militare. Certo, Von Clausewitz insegna che «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», ma vi è anche un limite ai messaggi simbolici che possono essere inviati tramite questi celeri ordigni volanti.

A causa di questo uso arbitrario dei pezzi da 90 dell’esercito russo, nel prolungamento della guerra “Z” il convalescente generalissimo “Droopy” Gerasimov è stato addirittura costretto a ordinare l’uso dei missili antinave contro obiettivi di terra. Ora però le scorte si stanno esaurendo del tutto senza che le truppe del generale Dvornikov siano riuscite a beneficiare della superiorità missilistica, morendo i suoi soldati a centinaia per strappare qualche brandello di terra in direzione di Kramatorsk. Nonostante quello che vanno sostenendo nei nostri salotti tv alcune anime belle, pacifinte e tifose del criminale Putin – spesso direttamente coadiuvate nel “Kremlinsplaining” dai propagandisti putinisti in collegamento – la guerra si appresta dunque a raggiungere un punto morto anche nella seconda fase dell’offensiva.

A Sud le truppe ucraine riconquistano i villaggi verso Chersòn. A Zaporižžja gli assalti vengono condotti in maniera così confusionaria da portare i militari osseti a disertare un fronte che dovrebbero conquistare senza artiglieria e munizioni leggere. Nel Donbass i militi delle “repubbliche” collaborazioniste assaltano con fucili Mosin (creati nel 1895) le fortificazioni ucraine, con risultati nulli. A Kharkiv gli assedianti sono stati persino ricacciati 40 chilometri indietro, permettendo ai soldati della 92esima brigata meccanizzata ucraina di issare la bandiera giallazzurra su Molodova.

Mentre scriviamo, l’Azovstal di Mariupol è assalita da forze nemiche preponderanti e non ne conosciamo il destino. Oggi, 71esimo giorno di guerra, i morti da parte russa si aggirano intorno alle 25mila unità, con un numero di feriti almeno pari (ma probabilmente molto superiore), eppure la propaganda silovika nega il disastro e si prepara a celebrare la “Giornata della vittoria” del 9 maggio in un contesto sempre più necrofilo che festante.

Lo stormo acrobatico russo pare volerà simulando l’ultima lettera dell’alfabeto, ma se vorranno rendere ancora più fedele descrizione dell’Operazione “Z” consigliamo loro di schiantarsi sulla parata resa già minuta rispetto agli anni scorsi dalle tragiche perdite sul campo.

di Camillo Bosco

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