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Shoigu ha terminato i missili e li va mendicando

I toni della propaganda russa compensano la mancanza di vittorie.

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Leonid Nevzlin, imprenditore russo che risiede in Israele da quando il Cremlino gli ha rubato la compagnia petrolifera, sostiene che il ministro russo della Difesa sia stato impegnato in diversi viaggi nelle ultime settimane, nonostante le notizie riguardo le sue cardiopatie.

Sergej Shoigu avrebbe provato a recarsi in Cina, dove non sarebbe stato però nemmeno ricevuto, e in Corea del Nord, dove invece avrebbe trovato orecchie attente perché molto meno preoccupate di incorrere in sanzioni americane. Il motivo di questa trasferta pare sia stato solo uno, ma di capitale importanza: le riserve missilistiche russe sarebbero prossime all’esaurimento e dato che gli Iskander, i Kalibr e forse persino i Grad necessitano dal 70 all’80% di parti importate, le sanzioni dell’Occidente impediscono la produzione di nuovi pezzi.

Gli improvvisi test di Kim Jong Un sarebbero stati insomma meri spot commerciali per mostrare al ministro d’origine tuvana cosa fosse disponibile per l’acquisto.

Uno dei tre test balistici è però fallito, illuminando il cielo sopra una pista di volo nelle vicinanze della capitale Pyongyang, mentre uno di quelli riusciti pare sia stato compiuto senza payload, cioè con un missile vuoto e quindi non ancora adatto per l’applicazione in un contesto di deterrenza.

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Il fallimento di tali viaggi avrebbe pertanto diviso ancora di più Shoigu dal suo presidente Putin, portando all’estremo zenit la situazione delle camere da letto separate degli sposi bisticciati. I due si troverebbero infatti in bunker nucleari diversi, il primo a Ufa sotto gli Urali mentre il secondo a Surgut in Siberia, a quanto sostiene il giornalista Christo Grozev che ha studiato i piani di volo degli aerei del Cremlino.

Il criminale Putin ha d’altronde più di un motivo per ostracizzare il suo incapace ministro: la ritirata da Kyiv, lo stallo nel Donbass e il contrattacco ucraino su Khersòn sono sintomi di una guerra che ha distrutto il mito della potenza russa. Per quanto schermate dalla loro stessa propaganda, è ormai inevitabile che le menti politiche dietro l’aggressione all’Ucraina sentano l’incombenza di un momento esiziale per l’intero regime.

Si spiega così anche l’aumento esponenziale del bellicismo verbale di Mosca, direttamente proporzionale all’aumento delle dolorose legnate che l’esercito di Zelensky sta impartendo all’armata russa e sfociato nel recente editoriale di Timofey Sergeytsev sul giornale russo “Ria Novosti” dove s’invocava un vero e proprio genocidio per cancellare il concetto di nazione ucraina, in accordo con quanto si sta scoprendo a Bucha e negli altri Comuni liberati dall’occupazione putiniana.

Una speranza di riscatto, quantomeno morale, sta però emergendo tra i russi. Le bandiere biancazzurre dell’opposizione al regime dei siloviki sono uscite dalle manifestazioni per apparire sulle mostrine di un reparto dell’esercito ucraino molto speciale: ex soldati russi, inorriditi dai massacri e dalle menzogne, hanno fondato la legione “Libertà della Russia” per combattere le mire imperialiste del loro ex presidente, come già i bielorussi del battaglione Kalinoŭski impegnati nella regione di Kyiv dall’inizio della guerra.

 

di Camillo Bosco

 

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