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testimonianza dall'ucraina

Testimonianza dall’Ucraina di un sacerdote torturato

Direttamente dall’Ucraina, la testimonianza di un sacerdote ortodosso, portato via di peso davanti ai suoi fedeli, picchiato e sequestrato dall’esercito russo
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Testimonianza dall’Ucraina di un sacerdote torturato

Direttamente dall’Ucraina, la testimonianza di un sacerdote ortodosso, portato via di peso davanti ai suoi fedeli, picchiato e sequestrato dall’esercito russo
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Testimonianza dall’Ucraina di un sacerdote torturato

Direttamente dall’Ucraina, la testimonianza di un sacerdote ortodosso, portato via di peso davanti ai suoi fedeli, picchiato e sequestrato dall’esercito russo
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Direttamente dall’Ucraina, la testimonianza di un sacerdote ortodosso, portato via di peso davanti ai suoi fedeli, picchiato e sequestrato dall’esercito russo

Questa guerra non conosce regole, mette in pausa ogni principio di umanità. Ce lo dicono le terribili immagini che arrivano dall’Ucraina e testimonianze come quella raccolta da Francesco Maviglia. Il giovane reporter al fronte ha registrato lo sfogo di Serhiy Chudynovych, sacerdote ortodosso di Kherson che ha trovato la salvezza fuggendo a Mykolaiv dopo essere stato rapito e torturato dai russi. Lo hanno portato via di peso dalla sua chiesa davanti ai fedeli, incappucciato e caricato su un’auto perché sospettato di avere un ruolo da coordinatore nella resistenza ucraina.

«Dov’è ora il tuo Dio? Ti ha abbandonato?» gli hanno gridato nell’orecchio i suoi aguzzini, che vigliaccamente lo hanno picchiato sul petto con una tale violenza da provocargli continue aritmie. Lui racconta: «Mi hanno fatto togliere i jeans e calare le mutande, poi mi hanno fatto inginocchiare sulla sedia. Hanno detto che mi avrebbero sodomizzato con lo stesso manganello usato per colpirmi. Ero terrorizzato e così ho detto che avrei raccontato tutta la verità». Ma di quale verità si può mai parlare, quando fra le sevizie figura anche la vile minaccia di fare del male ai propri familiari? Davanti a quest’ipotesi Serhiy è crollato: una moglie e quattro figli da proteggere. Per questo ha deciso di sottoscrivere un accordo di cooperazione con le milizie russe che però non rispetterà mai.

Quando narra l’orrore vissuto sembra quasi distaccato, come se stesse parlando di un’altra persona. A tratti gli scappa persino un sorriso. È il suo modo di esorcizzare l’incubo vissuto e tenere tutto quel terrore lontano da sé. La voce non si spezza, solo qualche sguardo tradisce la sofferenza provata. Tutto però passa in secondo piano, il mondo deve sapere che cosa fanno i russi agli ucraini.

A un certo punto i carcerieri gli hanno fatto una strana proposta: registrare un videomessaggio che spingesse i suoi concittadini alla resa perché il cibo in città stava per finire. «Nello specifico avrei dovuto invitare i fedeli a recarsi in chiesa per ritirare le provviste fornite da Mosca perché, guerra o no, avremmo dovuto mangiare». I russi gli hanno intimato di specificare che il cibo non ha nazionalità. Un loro chiaro tentativo di usare la fame per fare leva su quei tanti disperati di Kherson e un modo per legittimare la loro presenza sul territorio («Vedete? Siamo noi quelli in grado di sfamarvi!»). Quel messaggio il sacerdote non l’ha però mai registrato perché sapeva che nessuno gli avrebbe creduto.

Allora lo hanno scaraventato in un seminterrato buio, al freddo, senz’acqua – «Per stordirmi mi davano solo vodka, ero disidratato» – e con la bocca tappata con lo scotch. Un trattamento disumano, eppure questa disavventura non ha scalfito di un millimetro la sua fede. Ci dice anzi che questa guerra fratricida gli ha dimostrato che la Bibbia aveva ragione, che Caino e Abele non sono figure mitologiche ma hanno un nome ben preciso: rispettivamente Russia e Ucraina.

Di Ilaria Cuzzolin

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