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Tre Alexander per un disastro

Come la Gallia di Cesare era divisa in tre parti anche l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina si è divisa in tre gruppi condotti da tre generali. Che di nome fanno tutti Alexander.

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«Gallia est omnis divisa in partes tres». Se la Gallia di Cesare era divisa in tre parti, così lo scorso 24 febbraio anche la forza d’invasione del Cremlino si è divisa in tre gruppi. Sotto il comando del generale supremo Valerij Gerasimov – solamente omonimo di quello morto sul fronte di Charkiv – le operazioni delle armate russe sono state infatti condotte da tre generali che di nome fanno tutti Alexander.

Alexander Chaiko, generale a capo del Distretto militare orientale, ha guidato le sue forze sul lato Ovest del Dnepr alla volta di Kyiv: i suoi buriati, ritirati ormai oltre il confine, sono responsabili degli orrendi massacri nelle cittadine di Buča e Borodjanka. Il comandante del Distretto militare occidentale, Alexander Zhuravlyov, ha tentato invece l’accerchiamento delle città di Chernihiv e Sumy senza successo; in questo momento scatena ancora la sua artiglieria solo su Charkiv, ma senza alcuna speranza di conquistarla.

Unico a emergere in questa storia di fallimenti è il loro collega Alexander Dvornikov, responsabile di quel Distretto militare meridionale che è geograficamente l’unico ad avere un reale rapporto col territorio ucraino. Le sue truppe, dilagate dalla Crimea occupata illegalmente dalla Russia, sono giunte fino a Chersòn e assediano Mariupol, isolata con una manovra a tenaglia dal Donbass e lungo la costa del Mar d’Azov.

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Sparito però ormai da settimane il generale Gerasimov, non si sa se perché chiuso in un bunker o arrestato o morto, il criminale Putin ha allora trovato naturale nominare Dvornikov comandante supremo dell’operazione “Z”, premiando questi precari quasi-successi. La nomina del generale, con un’esperienza di crimini di guerra in Siria e la fama di coprolalico, è coincisa con la scelta russa di desistere (temporaneamente) dall’assalto alla capitale ucraina per poter concentrare tutte le forze superstiti nella conquista degli oblast di Luhans’k e Donec’k.

L’offensiva nel Donbass è quindi iniziata, annunciata dalle grida dei morti di Kramatorsk, ma niente fa pensare che sul lungo termine la sorte delle truppe di Dvornikov sarà diversa da quella degli altri due Alexander. Una forte resistenza civile a Chersòn e un riuscito contrattacco ucraino stanno mettendo in serio dubbio la presa degli occupanti sulla città, mentre la linea di contatto sul Donbass pare un discreto inferno.

Le truppe di Mosca continuano ad avanzare in fila indiana in campo aperto, invitando l’artiglieria e i droni ucraini a eliminarli, mentre i coscritti delle repubbliche separatiste – armati con antiquati fucili Mosin e privi di elmetti e giubbotti antiproiettile – cadono a ondate sotto il fuoco delle postazioni ben trincerate dell’esercito di Kyiv in assalti in puro stile Prima guerra mondiale.

Nonostante la vastità del territorio russo, la carne da cannone non è certamente infinita e più prima che poi anche il generale Dvornikov rischia di sparire come il suo predecessore, unendosi alla lista dei sacrificati sull’altare del delirio imperialistico del suo piccolo zar.

 

di Camillo Bosco

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