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Tutte le bugie raccontate da Mosca

L’elenco delle bugie di Mosca crolla sotto il peso della realtà. Si è perso ormai il conto dei non sequitur nelle logiche che il Cremlino propone sull’andamento della sua aggressione armata all’Ucraina.

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Come sosteneva Marco Pannella, unico politico italiano presente ai funerali moscoviti della giornalista Anna Politkovskaja, dove c’è strage di verità vi è anche strage di uomini. Venti anni di putinismo hanno portato la Russia in uno stato di prostrazione morale atroce in cui lo storytelling del regime dei siloviki delinea una realtà parallela nella quale Mosca è abbastanza debole per essere vittima dei grandi complotti dell’Occidente ma al contempo sufficientemente forte da poter esigere obbedienza dai nemici vicini e lontani.

Si è perso ormai il conto dei non sequitur nelle logiche che il Cremlino propone alla stampa internazionale sull’andamento della sua aggressione armata all’Ucraina. Iniziando dal nome stesso della guerra, chiamata “operazione militare speciale” perché i russi che contano – in quella “Linea del Sole” che da San Pietroburgo passa dalla capitale per arrivare a Krasnodar sul Mar Nero – non si sarebbero mai accollati la mobilitazione che avrebbe comportato. Così si è potuta assemblare, dietro la bugia di semplici esercitazioni militari, una forza d’invasione di quasi 200mila persone, in larga parte coscritti provenienti dalle regioni rurali più disagiate della Russia (dove l’asfalto e una lavatrice sono rarità da sindrome di Stendhal) e da quei proletariati urbani che non possono scampare in alcun modo alla leva.

Poi il genocidio: la volontà russa di estinguere il focolare nazionale ucraino è stata chiamata “de-nazificazione”, nel tentativo di infamare la voglia di autodeterminazione di un popolo libero. Così anche khokhol, il nome russo per indicare il ciuffo dei capelli tipico del look cosacco, diviene in bocca ai seguaci del criminale Putin un insulto razzista col quale svilire il retaggio nella storia del Paese dei Girasoli di quel mitico gruppo etnico di cavalieri della steppa.

La verità poi muore ogni giorno sui campi di battaglia. Muore a Chersòn quando i soldati russi (è successo ieri) issano un’enorme bandiera della defunta Unione Sovietica nel centro della città occupata, forse rituale apotropaico contro la resistenza sempre più efficace dei soldati di Zelensky. Muore nel momento in cui individui come Lavrov e Peskov negano la realtà provata delle stragi e degli stupri a Bucha, Borodjanka, Kramatorsk e in tutte le altre cittadine ucraine ‘liberate’ da un’armata russa che mostra prassi poco dissimili da quelle di un’orda barbarica.

Muore come muore la fedeltà nel cuore di chi scopre come fosse facile scrivere “Z” per appoggiare guerre in cui si massacrano i figli degli altri. Dmitry Shkrebets, padre del cadetto Yegor imbarcato sull’incrociatore “Moskva”, da giorni cerca infatti notizie su suo figlio. Non si trova né tra i morti né tra i feriti bensì nell’elenco dei dispersi, nonostante l’ammiragliato di Sebastopoli sostenga di aver salvato tutti i marinai coinvolti nell’affondamento. Ora Dmitry lotta per scoprire come mai gli ufficiali dell’incrociatore pare si siano salvati tutti, probabilmente fuggendo a bordo dell’elicottero posto a poppa, mentre il coscritto Yegor cercava di spegnere l’incendio di una nave sulla quale – ai sensi della legge russa – non avrebbe neanche dovuto trovarsi.

di Camillo Bosco

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