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Diana Bahadour, uno dei volti della libertà

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È morta a 18 anni Diana Bahadour, influencer iraniana nota sui social per i suoi video in motocicletta. La notizia della sua uccisione è emersa nelle ultime ore

Diana Bahadour, uno dei volti della libertà

È morta a 18 anni Diana Bahadour, influencer iraniana nota sui social per i suoi video in motocicletta. La notizia della sua uccisione è emersa nelle ultime ore

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Diana Bahadour, uno dei volti della libertà

È morta a 18 anni Diana Bahadour, influencer iraniana nota sui social per i suoi video in motocicletta. La notizia della sua uccisione è emersa nelle ultime ore

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È morta a 18 anni Diana Bahadour, influencer iraniana nota sui social per i suoi video in motocicletta. La notizia della sua uccisione è emersa nelle ultime ore nel contesto della repressione che accompagna le proteste in Iran: secondo ricostruzioni riportate da fonti indipendenti, Diana sarebbe stata colpita durante un’operazione delle forze di sicurezza a Gorgan, nel nord del Paese. In assenza di una ricostruzione ufficiale univoca, e in un quadro informativo fortemente condizionato, le informazioni restano frammentarie e in parte contrastanti. Non è soltanto un ostacolo per chi prova a ricostruire i fatti: è già un segnale. Diana Bahadour era seguita sui social da milioni di follower.

Nei suoi contenuti raccontava la propria quotidianità attraverso un gesto: guidare una moto. Un’attività che, vista da qui, può apparire ordinaria, persino innocua, e che invece, in Iran, cambia peso soprattutto quando a compierla è una donna. Le sue immagini mostravano strade, movimento e presenza nello spazio pubblico. Un tratto di mondo condiviso online che è intrattenimento, ma per chi lo vive può diventare respiro. È proprio in questa semplicità che si concentra il senso della sua storia. In Iran, per una donna, la libertà raramente coincide con un principio da proclamare, può manifestarsi più spesso come una sequenza di gesti quotidiani — muoversi nello spazio pubblico, scegliere una direzione, restare in strada senza sentirsi di troppo — gesti che altrove scivolerebbero via e lì, invece, vengono fermati anche solo dallo sguardo.

Diana non parlava per slogan. La sua forza stava nella pratica, quella di uscire di casa, indossare un casco, salire in sella e decidere — semplicemente decidere — dove andare. Non serve chiamarlo eroismo per comprenderne la portata, basta provare a salire in sella con lei e immaginare quanto la normalità possa diventare pesante quando viene resa difficile, e quanto un corpo femminile, in certi contesti, finisca per pagare anche ciò che altrove è routine. Così, quello che per molti è un’abitudine, per lei diventava esposizione. Raccontare Diana Bahadour richiede la delicatezza che la sua vita avrebbe meritato. Non staremo qui a trasformarla in un simbolo comodo, né a consumare il suo dolore come una notizia destinata a scorrere via.

Proveremo piuttosto a restare accanto a ciò che questa storia mette davanti agli occhi: il quotidiano — quello che sottovalutiamo e crediamo piccolo — e la sua stessa fragilità improvvisa. In questo quadro, la frase “nominare la violenza è un privilegio” si illumina davvero. Perché esiste una violenza che non sempre esplode e non sempre fa rumore: si deposita nelle regole e nel controllo, proprio nel punto in cui la paura riesce a travestirsi da normalità. Storie come quella di Diana ci toccano perché parlano una lingua riconoscibile — una libertà umana, semplice — e proprio per questo radicale. Non chiedono salvezza, non è questo il punto, ma attenzione: la lentezza necessaria a non scorrere via. La cura di restare qualche secondo in più su ciò che fa male, ricordando che ciò che per noi passa, altrove può costare. La scrittrice e poetessa iraniana Forugh Farrokhzad scriveva: «Il peccato è stato vivere». A lei, e a chi continua a camminare dentro la stessa paura, dedichiamo queste righe, perché una storia non finisca due volte.

di Serena Parascandolo 

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