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E i ragazzi iraniani? Speranza e terrore

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Decine di migliaia di ragazzi iraniani si precipitano in strada per festeggiare la conferma della morte della guida suprema Ali Khamenei

E i ragazzi iraniani? Speranza e terrore

Decine di migliaia di ragazzi iraniani si precipitano in strada per festeggiare la conferma della morte della guida suprema Ali Khamenei

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E i ragazzi iraniani? Speranza e terrore

Decine di migliaia di ragazzi iraniani si precipitano in strada per festeggiare la conferma della morte della guida suprema Ali Khamenei

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Sabato mattina le ragazze e i ragazzi iraniani hanno ascoltato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivolgersi al “coraggioso, popolo dell’Iran”, incitato alla rivolta per prendere in mano il proprio destino rovesciando il regime degli ayatollah.

Poche ore dopo, sono state decine di migliaia di quegli stessi ragazzi a precipitarsi in strada, a urlare dai balconi, a far festa alla conferma della morte della guida suprema Ali Khamenei. L’uomo che incarnava più di chiunque altro decenni di terrore e repressione sistematica, responsabile solo negli ultimi mesi di decine di migliaia di morti. La massima parte proprio fra i più giovani.

Quei ragazzi sono andati in strada a festeggiare, sfidando le autorità di un regime colpito e decapitato ma ancora deciso a non lasciare speranza a chi ha il solo desiderio di vivere libero.
Un regime che non era mai stato così brutale, perché mai così disperato, conscio di lottare per la propria stessa sopravvivenza mentre dal cielo statunitensi e israeliani martellano senza pietà e senza trovare alcuna reale resistenza.

I ragazzi sperano, lottano, festeggiano, fanno sentire la propria voce. I ragazzi muoiono, come da tragica regola in Iran da anni a oggi.

Chi difende questi ragazzi? Oltre gli appelli rivolti da Donald Trump e in un secondo momento anche dal leader israeliano Benjamin Netanyahu, chi si prende cura di loro?
Le ragazze e i ragazzi dell’Iran finiscono di nuovo stritolati, cercando di capire se ci sia spazio per una reale speranza o se ancora una volta tutto si risolverà in un’azione militare, per quanto devastante.

Il regime ha perso il suo capo e un numero ancora imprecisato di generali e comandanti, ma quei giovani temono che alla fine l’aiuto americano si risolverà in trattative con i nuovi leader di quello stesso regime. Azzoppato, massacrato, ridotto all’impotenza militare, incapace di sostenere i tradizionali alleati del terrore in tutto il Medioriente, ma ancora in grado di uccidere ragazzi, donne e vecchi in strada.

Le ragazze e i ragazzi iraniani sono così simili ai nostri figli: balza agli occhi appena li si ascolta, quando si legge quello che scrivono nei social. Come vorrebbero vivere o come vivono appena sono fuori dai confini del regime del terrore. Sono figli di un’esperienza storica completamente diversa da qualsiasi altro Paese dell’area.
Sono persiani. Le università sono una cosa serissima da sempre, come la cultura, la ricerca, le arti in Iran hanno storia millenaria e questo si riflette nei giovani, nella loro voglia di vita e libertà.

Intanto, in Italia (non solo ma soffermiamoci su di noi) qualcuno scende in piazza per loro? Dove sono le anime dolenti che hanno con tante ragioni occupato le strade e le piazze di recente e che oggi sono sparite? Non trovano un po’ di tempo per le ragazze e i ragazzi di Teheran e di decine di altre città iraniane. Lasciati soli non una, ma mille volte.

Di Fulvio Giuliani

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