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title: "Eminem introduce sul palco Obama che poi rappa “Lose yourself” durante il comizio per Harris &#8211; IL VIDEO"
description: L’ex presidente Obama, all’inizio del suo discorso, rappa i primi versi dell’iconica canzone “Lose yourself” di Eminem
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date: 2024-10-23
modified: 2024-10-24
author: Filippo Messina
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# Eminem introduce sul palco Obama che poi rappa “Lose yourself” durante il comizio per Harris &#8211; IL VIDEO

![Eminem Obama](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Eminem-Obama.jpg)

2021-11-12 20:07:19

2021-11-12 19:07:19

A 25 anni dall’uscita di “Infinite”, il primo album in studio di Eminem, la leggenda del rap non smette di stupire e continua a macinare record. A 49 anni rimane uno degli artisti più ascoltati, anche dai giovanissimi. Non senza una ragione.

12 novembre 1996. Nella Detroit di allora, povera e piena di disuguaglianze sociali, si vede un giovane che cerca di vendere il proprio cd sul cofano della sua auto alle persone che passano in quella zona. Nessuno sa ancora che quel ragazzo, di lì a breve, farà la storia del rap.

Si tratta di Marshall Bruce Mathers III, conosciuto in tutto il mondo con lo pseudonimo Eminem (che deriva dalle iniziali del suo nome lette velocemente: “M&M”, letteralmente “em and em”) mentre cerca in ogni modo di far ascoltare il suo album d’esordio, intitolato “Infinite” (“Infinito” in italiano) che però non ottiene il successo sperato: riesce a vendere circa 700 copie, nulla rispetto alle sue ambizioni.

A 24 anni, senza soldi, senza carriera, lavora in un ristorante di Detroit circa 60 ore a settimana per guadagnare qualcosa e mantenere lui, la moglie Kim e la figlia Hailie, nata il 25 dicembre 1995. L’unica strada che riteneva possibile per migliorare la propria condizione era la musica ma non era per niente facile da percorrere. I rapper di quegli anni erano quasi tutti di colore; il rap, infatti, non era una musica “per bianchi”.

Ancora oggi, all’età di 49 anni, è protagonista della scena musicale mondiale e compete con nuovi artisti e nuovi generi. Il suo rap non passa mai di moda e Marshall rimane uno tra i cantanti più ascoltati, anche dai giovanissimi, con più di 47 milioni di ascolti mensili è 17esimo nella classifica di Spotify (attorniato da giovani artisti come Justin Bieber, Ed Sheeran e Doja Cat). Sempre diverso dalla massa, ottiene numeri come questi nonostante non utilizzi praticamente mai i social, se non giusto per dare notizie sulla sua musica.

Il resto è storia. I numeri del pluripremiato Eminem sono impressionanti: più di 100 milioni di album venduti in tutto il mondo, tra i tantissimi riconoscimenti un oscar per la “miglior canzone originale” nel 2003 con la sua “Lose yourself”, colonna sonora del film autobiografico “8 Mile” (nel film la “8 Mile Road” è la strada di Detroit che divide il quartiere delle persone bianche da quello delle persone di colore) di cui è attore protagonista, diventando la prima canzone hip hop a vincere un premio del genere.

Insieme a Tupac Shakur, è l’unico rapper con più di un album (“The Marshall Mathers Lp” e “The Eminem Show”) ad essere certificato disco di diamante negli Stati Uniti, ossia avere più di 10 milioni di copie vendute. Inoltre, il suo album “Curtain Call: The Hits” è da ben 553 settimane nella top 200 di Billboard.

Eminem è come un camaleonte, il suo segreto è stato sapersi adattare al nuovo ambiente musicale e ancora oggi è al centro dell’attenzione di tutti. La sua musica ha subito un’evoluzione nel tempo: il “nuovo” Eminem si differenzia dal “vecchio” (che molti reclamano ancora) per il diverso stile e il diverso modo di fare le rime. Molti dicono che sembra che si sia “mangiato” il vocabolario: utilizza un’incredibile quantità di parole e le incastra tra loro in un modo unico, come solo lui sa fare.

A proposito di vocabolario, Eminem è anche creatore del termine “Stan”, titolo di una sua famosa canzone (che mette insieme le prime due lettere della parola “stalker” e le ultime due della parola “fan”), entrato a far parte del linguaggio comune e indica un fan estremamente ossessionato da un cantante, il proprio idolo.

Il segreto di Marshall Mathers è la sua unicità: essendo inimitabile, non ha concorrenti diretti neanche tra i cantanti delle nuove generazioni e questo è un grosso vantaggio per lui perché nessuno si riesce ad avvicinare al suo stile.

Attraverso la grande forza di volontà con cui ha affrontato le difficoltà, oggi Eminem è fonte di ispirazione non solo per chi con lui e con la sua musica è cresciuto ma anche per i più giovani.

La sua vita fino al 1996 è un inferno, piena di disagi: dall’abbandono del padre quando aveva solo 12 mesi, passando per il complicato rapporto con la madre e i continui divorzi con la moglie, fino alla morte del migliore amico Proof (in una sparatoria nella 8 Mile Road di Detroit, purtroppo si tratta della realtà e non di una scena del famoso film) e ai gravi problemi di bullismo e droga. Nato a St. Joseph, dopo continui trasferimenti in condomini e roulotte da una parte all’altra degli USA a causa dell’estrema povertà, si trasferisce stabilmente a Detroit all’età di 12 anni.

L’infanzia è terribile: a casa la madre, con problemi di droga, frequenta molti uomini che trattano male sia lei che Marshall. A scuola le cose non vanno meglio: troppo timido, subisce continuamente bullismo in particolare da un ragazzo che lo manda in coma per 5 giorni all'età di soli 8 anni.

La svolta arriva nel 1997 quando viene scoperto da Dr. Dre, famoso rapper e producer americano che ascoltando la voce di Eminem in una demo trovata nel garage del Presidente dell’etichetta musicale per cui lavora, la Interscope Records, capisce subito il suo talento (non era a conoscenza del colore della pelle di Marshall) e lo lancia nel mercato mondiale. Il successo è enorme.

Conosciuto dal pubblico anche con lo pseudonimo “Slim Shady”, nome del suo alter-ego cattivo che impersonifica quando si tinge i capelli di colore biondo platino, Eminem (il “Rap God” - “Dio del rap”) esprime tutta la sua rabbia nei testi delle canzoni, per questo viene chiamato "the angry blonde” (“il biondo arrabbiato”). I suoi dissing (brani in cui si critica aspramente un’altra persona) diventano celebri in tutto il mondo. Non a caso, ha diversi problemi con numerosi rapper, cantanti e star hollywoodiane: Mariah Carey, Michael Jackson, Benzino, Moby, Christina Aguilera, Richard Gere, solo per citarne alcuni.

Avendo oggi compiuto 25 anni di carriera ufficiale, è eleggibile per la “Rock & Roll Hall of Fame”, museo dedicato alla memoria di alcune tra le più importanti personalità che hanno influenzato l’industria musicale.

1996: nello stesso anno in cui a 25 anni moriva Tupac, iniziava a 24 anni la carriera di Eminem, destinata a non finire mai. Una sorta di passaggio di testimone.

Ultimo baluardo di un rap che non esiste più, tornando al nome del suo primo album, Eminem è “infinito”.

 

di Filippo Messina

Eminem, pifferaio magico che incanta ancora i giovani

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2021-11-12 21:07:34

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2022-02-14 15:49:11

2022-02-14 14:49:11

Nell’halftime show del Super Bowl di stanotte Eminem, a fine esibizione, si è inginocchiato in segno di protesta contro il razzismo opponendosi alla NFL che glielo aveva vietato. Le ragioni del gesto.

Non ce lo si poteva aspettare, o forse sì. Anche stanotte, durante il Super Bowl 2022, ad essere principale protagonista non è stata né l’attesissima finale di Football Americano seguita da più di 100 milioni di spettatori né la musica dell'halftime show ma lui: Eminem.

Il motivo? Durante l’halftime show a suon di rime (visto che ad esibirsi sono stati i rapper), l’ultimo ad entrare in scena - ma il primo al centro delle discussioni e polemiche di oggi - è stato Eminem che, alla fine dell’esibizione dopo aver cantato la sua canzone più iconica “Lose yourself”, si è inginocchiato in segno di protesta contro il razzismo.

A parte il clamore mediatico, nulla di strano, verrebbe da dire. Non fosse che poco prima del Super Bowl, Matthew Belloni, socio fondatore di Pucknews (agenzia media/stampa online americana), attraverso un tweet aveva scritto che il rapper bianco da subito aveva mostrato l’intenzione di inginocchiarsi durante l’halftime show ma la NFL (National Football League - la maggiore lega professionistica nordamericana di Football Americano) glielo avrebbe proibito per non rendersi protagonista di “mozioni” politiche.

 

Eminem wanted to take a knee during halftime today. The NFL said no way. The backstage clash reveals a larger truth about how the league uses legal threats as image management. https://t.co/NsdVdpt4Fh

— Matthew Belloni (@MattBelloni) February 13, 2022

Certo, molti possono immaginare che sarebbe stato meglio concentrarsi unicamente sullo show, sportivo e musicale durante il match, senza pensare ad ulteriori questioni, seppur di fondamentale importanza visto il tema di cui tanto si sta parlando ancora ora, ossia il razzismo.

Ma una vetrina del genere è unica: sapere che ciò che accade in quel momento viene visto da più di 100 milioni di persone in diretta da tutto il mondo e che il giorno dopo tantissime altre vanno a guardare i video su internet, è un’occasione irripetibile. Specialmente per uno come Marshall Bruce Mathers III (questo il vero nome di Eminem), unico artista bianco sul palco stanotte, che ci ha da sempre abituati ad essere al centro dell’attenzione e non solo per i suoi testi irriverenti.

Il suo gesto fortemente simbolico è stato un omaggio a Colin Rand Kaepernick, primo giocatore di colore di Football Americano che, il 26 agosto 2016, durante l’inno nazionale, si è inginocchiato in segno di protesta e dissenso per il razzismo e gli abusi della polizia nei confronti degli afroamericani. L'ultimo caso, ma solo in ordine cronologico e non per importanza, il ragazzo 22enne afroamericano che, lo scorso 4 febbraio, è stato ucciso dalla polizia a Minneapolis. Da quel giorno è iniziato il fenomeno del “kneeling” (“inginocchiamento”) diffuso in tutto il mondo.

Colin Rand Kaepernick in ginocchio

Questa azione però è costata molto cara a Kaepernick al quale, nonostante fosse un bravo giocatore, non venne poi rinnovato il contratto rendendolo, tuttora, un free agent (un “giocatore svincolato” diremmo in Italia, che non è sotto contratto con nessuna squadra e quindi può firmare con chiunque).

La NFL ha poco dopo smentito le spiacevoli indiscrezioni che la metterebbero, e non poco, in cattiva luce: “abbiamo guardato tutti gli elementi dello spettacolo durante le prove di questa settimana ed eravamo consapevoli che Eminem l’avrebbe fatto”, ha detto il portavoce della lega, Brian McCarthy. Non sappiamo però fino a che punto queste parole siano credibili.

Parlando invece della finalissima del Super Bowl - giusto per la cronaca - alla fine a trionfare sono stati i Los Angeles Rams sui Cincinnati Bengals con il risultato di 23-20. Per quel che riguarda la musica, invece, l’halftime show 2022 è stato decisamente epico. Uno spettacolo che rimarrà senza dubbio nella storia: vedere rapper come Eminem, Dr. Dre (colui che ha scoperto Eminem), Snoop Dogg, Kendrick Lamar sullo stesso palco, insieme alla cantante Mary J. Blige e, a sorpresa, a 50 Cent e sulle note che hanno ricordato l’icona del rap Tupac Shakur, è stato qualcosa di incredibile e non solo per chi ascolta questo genere musicale.

Insomma, si può dire che nulla di ciò che è successo nel Super Bowl 2022, durante il match e non solo, sia stato al di sotto delle aspettative.

 

di Filippo Messina

Eminem si inginocchia al Super Bowl. Scoppia la polemica

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2022-02-14 15:49:11

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2024-04-07 18:21:42

2024-04-07 16:21:42

Eminem, al secolo Marshall Bruce Mathers III, è in assoluto il più grande artista hip hop della Storia e, ancora oggi, ossessione di un mondo perbenista

Questa storia parte da molto, molto lontano. Laggiù, nell’Africa più africana, almeno un centinaio di anni fa o anche più. All’inizio erano loro: i Griots, nobili storyteller africani, alfieri della parola, detentori della memoria del villaggio, cantori di gesta epiche o aneddoti pieni di saggezza che riversavano alla loro gente in forma di nenie appena musicate, attraversate da impetuosi grappoli di parole. Sì, storie, leggende in cui la parola era il centro delle cose, possedeva la magia di far vedere i fatti, addirittura – diceva qualcuno – di farli accadere.

Succede invece che tantissimi esseri umani di quella parte di mondo si ritrovarono caricati in navi mercantili, trasformati in schiavi e indirizzati verso Mississippi, Tennessee e Arkansas. Destinati quindi a conoscere povertà, prigioni, linciaggi e (nella migliore delle ipotesi) ritmi infernali di lavoro. Però, lo sappiamo, puoi sottomettere l’uomo ma non la sua lingua. E l’epico racconto del Griot divenne presto la bastarda narrazione in un americano stentato fatto di pochi ma coloriti vocaboli che qualcuno chiamò talking blues. Il battito ossessivo di un piede, una chitarraccia in cui far sferragliare il collo di una bottiglia e poi loro: le parole, in un flusso quasi ininterrotto, grezze e preziose, la quantità giusta per esorcizzare schiavitù e miseria, celebrare alcol e sesso, per ingraziarsi la bontà divina, per imprecare contro una vita (in subordine una società) ritenuta ingiusta.

E qui ci avviciniamo alla ‘nostra’ storia. Queste parole, questo incedere parlato, questo filo di umanità che unisce due Continenti e più di due secoli di Storia, confluiscono in una cultura nuova che non ha la quiete dei pastori narranti del Mali né la cupa profondità di un grande fiume ma il frastuono cittadino, la rabbia dei quartieri poveri, la creatività spruzzata su mura in forma di graffiti, la strada come via di fuga e la musica che stavolta non è solo accennata ma intensa, pulsante di ritmi generati da drum machine e da suoni e loop a volte riciclati da pezzi del passato. È, in mezzo, la parola. Stavolta sporca e impura che non conosce sofismi lessicali ma va dritta su cuore e nervi della gente. Racconta di disagio, povertà, rabbia; mastica odio, a volte amore.

È la cultura hip hop che nasce a New York ma si estende presto a macchia d’olio in tutto il mondo. Una cultura che ha i suoi eleganti alfieri nei Master of ceremonies (i famosi Mc), la sua epica negli ‘scontri’ fra artisti (le battles), i suoi idoli da venerare. Uno fra tutti: biondo, pallido, gli occhi di ghiaccio, fisicamente l’antitesi esatta di quei narratori delle origini. Eminem, al secolo Marshall Bruce Mathers III, è in assoluto il più grande artista hip hop della Storia.

Voce densa, scandita, una scrittura netta e tanto incisiva da sembrare spontanea ma che nasconde un ossessivo lavoro di rifinitura. Dal 1997 Eminem è il messaggero hip hop più ascoltato, amato, odiato, chiacchierato e ossessione di un mondo perbenista che non tollera che da disagio e squallore possano affiorare verità e poesia. Conquista tutti i premi possibili, batte tutti i record di vendite, riempie gli stadi e inevitabilmente gli spazi sui tabloid perché quei testi non sono pacifici ma carichi di rancore e protesta, di infelici vicissitudini familiari (un pessimo rapporto con la madre), di amore netto (per la figlia), di insofferenza verso il prossimo e – a volte – di comprensione. Le sue parole sono piene di ‘fuori onda’ in cui è impossibile trattenere espressioni scomode. Da qui le accuse di misoginia, razzismo, omofobia.

Eminem offre perle straordinarie di umanità fragile e desiderosa di riscatto, il suo è il racconto di un introverso che vive il disagio e, grazie alla poesia e alle parole, svuota le interiora da rabbia e insoddisfazione. Testi alla fine così poetici che furono acclamati persino da Seamus Justin Heaney, premio Nobel per la letteratura nel 1995.

Nel Sanremo condotto da Raffaella Carrà (anno 2001) fu presentato come il ragazzo più pericoloso del mondo, ma la sua partecipazione a quel Festival finì per essere del tutto innocua perché la Rai trascurò di tradurre in simultanea i testi. Di recente Eminem ha annunciato in un video l’uscita del suo nuovo disco. Fan esplosi di gioia. Non era vero. Una burla. Anche i più ‘cattivi’ artisti hip hop in fondo amano festeggiare il pesce d’aprile.

di McGraffio

Ossessionati da Eminem

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2024-04-08 13:37:42

2024-04-08 11:37:42

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