Fiction istruttiva e dolorosa realtà
| Esteri
Il caso di Idan Amedi, attore della fiction Netflix “Fauda”, è emblematico e rappresentativo di ciò che accade ad Israele da 75 anni
Fiction istruttiva e dolorosa realtà
Il caso di Idan Amedi, attore della fiction Netflix “Fauda”, è emblematico e rappresentativo di ciò che accade ad Israele da 75 anni
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Fiction istruttiva e dolorosa realtà
Il caso di Idan Amedi, attore della fiction Netflix “Fauda”, è emblematico e rappresentativo di ciò che accade ad Israele da 75 anni
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Il caso di Idan Amedi, 35 anni, l’attore e cantante israeliano rimasto gravemente ferito a Gaza, può aiutare a comprendere alcuni dei meccanismi della società israeliana che a noi rischiano di sfuggire.
Amedi è uno degli attori della fortunata serie televisiva Netflix Fauda, in cui si raccontano – con una buona dose di realismo – le imprese sotto copertura di un’unità speciale antiterrorismo dell’esercito israeliano specializzata nell’infiltrazione nei territori palestinesi. La notizia del richiamo in servizio di Amedi aveva già fatto il giro del mondo, perché a nessuno poteva sfuggire il parallelismo fra l’opera di fantasia e la drammatica realtà. Così come il protagonista della stessa Fauda, Lior Raz – Doron sullo schermo – è un ex militare che nelle ore successive alla tragedia del 7 ottobre pubblicò una storia Instagram da una delle località in cui ancora erano asserragliati dei terroristi di Hamas.
Idan Amedi è un ufficiale riservista dei genieri ed è stato investito in pieno da un’esplosione. In gravi condizioni per le schegge che lo hanno raggiunto non sarebbe in pericolo di vita. Fauda è, come si diceva, un’opera di fantasia, eppure aiuta a comprendere la psicologia israeliana davanti alla costante minaccia del terrorismo e di organizzazioni votate alla cancellazione dell’idea stessa dello Stato di Israele. Una serie che ha, con tutti i limiti di una serie di intrattenimento, il pregio di non giocare sulle contrapposizioni più semplicistiche. Su una stucchevole dicotomia buoni-cattivi.
Fauda è una serie israeliana, pensata per il pubblico israeliano e assurta, grazie a Netflix, a un successo globale. Nessuna pretesa di analizzare a fondo le cause ultime di un conflitto secolare, ma ha l’onestà intellettuale di non descrivere indistintamente i palestinesi e gli arabi come dei pazzi sanguinari o docili pedine. Anzi, spesso i protagonisti arabi della serie, in cui le controparti israeliane parlano un arabo perfetto e sono ferrati in usi e consumi per riuscire a infiltrarsi con efficacia, risultano ostaggi nelle mani dei fanatici.
Quella israeliana è una società in stato di guerra semi permanente. Da 75 anni. Se dimentichiamo questo, non possiamo capire la commistione fra realtà civile e militare che a noi è totalmente estranea (per nostra fortuna). Se si ha voglia di provare a capire, senza pregiudizi, si può intuire anche lo stato psicologico seguito al 7 ottobre. Il che, come abbiamo scritto innumerevoli volte, non solleva neanche per un istante il governo di Benjamin Netanyahu dalle gravissime responsabilità strategiche che hanno portato alla mattanza di Gaza. Insostenibile sul piano umanitario e totalmente controproducente agli interessi di Israele.
La società israeliana, però, resta un’altra cosa e siamo convinti che nella sua tradizione democratica e nel confronto fra posizioni distanti saprà ritrovare la bussola. Sarà fondamentale quando – presto – il dopo Netanyahu dovrà essere aperto.
di Fulvio Giuliani
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