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title: "Gaza, strage alla fila per gli aiuti: oltre 100 morti"
description: Una nuova strage a Gaza. Centinaia di palestinesi hanno inseguito e provato a fermare convogli con gli aiuti umanitari
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date: 2024-03-01
author: Filippo Messina
url: https://laragione.eu/esteri/gaza-strage-alla-fila-per-gli-aiuti-oltre-100-morti/
categories: [Esteri]
tags: [hamas, israele]
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# Gaza, strage alla fila per gli aiuti: oltre 100 morti

![Gaza strage](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Gaza-strage.jpg)

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2024-01-06 16:50:14

2024-01-06 15:50:14

Gaza, la guerra durerà ancora a lungo. Non è pessimismo, è la realtà. L'unico modo per mettere fine a questa guerra è capire che il vero nemico è il Qatar

Gerusalemme – La guerra a Gaza durerà altri dieci anni. A momenti di alta intensità del conflitto ne seguiranno altri di bassa intensità, per poi ritornare a un’alta intensità e così via. Non sono un pessimista, ma un ottimista. Al momento non ci sono infatti spiragli di speranza per una fine della guerra. In molti continuano a chiedersi: «Che cosa succederà nel dopo-Gaza?» Niente. Israele non può uccidere tutti i 40mila miliziani di Hamas. Se ne rimanessero anche soli 500 in vita, vorrebbe dire che Hamas è ancora in piedi e che controlla la popolazione. Il Nord di Gaza rimarrà terra di conflitto, mentre il Sud ospiterà i rifugiati palestinesi che – purtroppo – dovranno vivere in campi profughi per lunghi anni. L’idea dei ministri di estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich di mandare in Congo i rifugiati di Gaza, oltre a essere vergognosa, è insensata. Un alto ufficiale israeliano ha già dichiarato che il governo non ha preso affatto in considerazione questa proposta, che creerebbe una forte indignazione da parte della stessa popolazione israeliana.

L’unico modo per mettere fine a questa guerra è capire che il vero nemico è il Qatar. Fino a quando Hamas continuerà a ricevere finanziamenti da Doha, il movimento terroristico continuerà resistere. Da decenni il Qatar ha offerto supporto economico e politico a organizzazioni come i talebani, al Qaeda, Fratelli Musulmani, Isis e anche a gruppi sciiti come Hezbollah, Irgc e Houthi. Ha sostenuto inoltre regimi legati ai Fratelli Musulmani, come quello di Mohammad Morsi in Egitto e quello di Omar al Bashir in Sudan. Il Qatar non dovrebbe essere percepito come un regime pro-Occidente, ma piuttosto come un fanatico regime wahhabita che ritiene che – nel passato – l’Arabia Saudita gli abbia tolto la leadership del mondo musulmano. In una conversazione privata, tenutasi prima della Primavera araba, l’allora emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (padre dell’attuale emiro) aveva detto all’ex leader libico Muammar Gheddafi: «I Wahhabiti sono la mia famiglia. Sapevi che Muhammad ibn Abd al-Wahhab (il fondatore del wahhabismo) è un mio antenato di sedicesima generazione?»

A oggi il Qatar rappresenta l’unica speranza per Hamas di rimanere in vita, dato che nessun Paese arabo è interessato a dare loro sostegno. È pertanto inconcepibile come il Primo ministro Bibi Netanyahu abbia nel corso degli anni approvato il finanziamento in contanti da parte del Qatar a Hamas e che ancora oggi – dopo il massacro del 7 ottobre – continui a rafforzare questo emirato, rendendolo il mediatore per la liberazione degli ostaggi. Può davvero essere un mediatore onesto il Qatar, che ospita i leader di Hamas nel suo territorio? Certo che no e ciò è ormai chiaro a molti in Israele, dato che dopo tre mesi di guerra centinaia di ostaggi (che rappresentano un asset per Hamas) sono  ancora a Gaza. La soluzione pertanto non è continuare la guerra dentro Gaza. Per togliere l’ossigeno a Hamas è necessario rimuovere la minaccia del Qatar, che sia con sanzioni economiche, operazioni di hackeraggio o altri modi.

di Yigal Carmon, presidente del Middle East Media Research Institute ed ex consigliere dell’antiterrorismo per due primi ministri israeliani

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Gaza, la guerra sarà lunga

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2024-01-06 16:03:38

2024-01-06 15:03:38

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2023-10-07 11:53:56

2023-10-07 09:53:56

Il diluvio di missili su Israele lanciati dalla Striscia di Gaza, i soprusi sui civili dei miliziani di Hamas: un giorno di orrore e di ennesimi errori di valutazione

Il “diluvio“ di missili lanciati questa mattina all’alba dalla Striscia di Gaza su Israele è l’immagine “iconica”, spettacolare e “scenografica“ di questo attacco di Hamas allo Stato d’Israele. Mai visto in questa scala.

Ben più terrificanti, però, sono le istantanee e i video dei Suv rubati o preparati dai terroristi che sono riusciti a infiltrarsi dalla Striscia e per troppo tempo sono stati liberi di scorrazzare fra le vie delle città israeliane più vicine al confine, dopo aver “bucato” il servizio di sicurezza che dovrebbe sigillare la Striscia. Tutto questo mentre lo loro incursione era coperta dai 2500 missili lanciati e dai colpi di mortaio.

Ci sarà tempo per valutare la portata dell’attacco e gli indiscutibili errori commessi dall’intelligence israeliana e dall’esercito ma quelle immagini, quel senso di insicurezza e terrore determinati dall’arrivo fisico del nemico libero di sparare sui passanti è un macigno sullo Stato ebraico.

Un dato è certo: la risposta militare d’Israele sarà durissima. I nemici storici di Israele ripetono sempre lo stesso errore, convinti di riuscire prima o poi a spezzarlo sfruttando quelle che per loro sono “divisioni insanabili“ interne e che invece sono i frutti della democrazia. Realtà completamente ignota ai signori della guerra che questa mattina hanno scatenato l’inferno. Converrebbe loro ricordare che - indipendentemente dal colore del governo - quando a Gerusalemme il premier israeliano in carica dichiara: “Siamo in guerra“, questo significa che si prepara una risposta violenta, lunga e spietata nei confronti di chi ha attaccato. Un intero Paese trasforma una minaccia mortale in un nemico comune.

Il nemico è Hamas, ancora una volta il grumo di potere più ferocemente antiisraeliano che esista, rintanato in quell’inferno in terra che risponde al nome di Striscia di Gaza. Un nemico preparato, ricco, ben equipaggiato. In particolar modo dall’Iran. Un nemico che non si fa scrupoli di affamare il suo “popolo“, pur di usare il denaro solo per fabbricare missili, comprare armi, addestrare kamikaze. Un nemico formidabile, come dimostrato dolorosamente questa mattina, in grado di pianificare con pazienza, di studiare e valutare prima di colpire con ferocia e determinazione.

Feroce e determinata - statene certi - sarà anche la risposta israeliana ed ecco perché il sommarsi degli elementi che abbiamo provato a elencare fanno pensare che in questo sabato 7 ottobre 2023 si sia all’alba di una nuova guerra.

Ancora una volta, un conflitto comincia con una strategia dichiarata da parte di chi ha deciso di fare la sua mossa: Hamas vuole la “distruzione di Israele“ ma sostanzialmente mira a spargere il terrore, dare la sensazione che Israele sia spaccato al suo interno, indifeso e meno preparato rispetto un tempo, puntando alla sollevazione generale dei tanti che continuano a sognare di cancellarlo dalla cartina geografica. Non solo a Teheran.

Non è la prima volta che Israele viene colto di sorpresa e la memoria corre inevitabilmente alla guerra del Kippur, nel 1973, quando gli egiziani a momenti sfondarono le linee verso Tel Aviv. Vero, ma il conflitto si concluse con i carriarmati con la stella di David a un passo dal Cairo, fermati solo dall’intervento diplomatico statunitense. Questo lo si ricorda meno.

Una giornata all’insegna dell’orrore e - a saper leggere la storia - dell’ennesimo errore di sottovalutazione della forza della democrazia israeliana. Un attacco su larga scala che riporta il Medioriente indietro di diversi giri di lancette della storia.

di Fulvio Giuliani

“Israele è in guerra”, Hamas è il nemico

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2023-10-07 11:53:56

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2024-01-18 07:51:32

2024-01-18 06:51:32

I terroristi di Hamas rifiutano la soluzione dei due popoli e dei due Stati per una futura, pacifica convivenza fra Israele e la Palestina

I terroristi di Hamas rifiutano la soluzione dei due popoli e dei due Stati per una futura, pacifica convivenza fra Israele e la Palestina. A dire no a questa ipotesi è stato ieri il leader di Hamas all’estero, Khaled Meshal: «Il nostro popolo palestinese chiede liberazione, libertà dall’occupazione e la nascita di uno Stato palestinese». Ha soprattutto aggiunto che, dopo l’attacco sferrato a Israele lo scorso 7 ottobre, «la stragrande maggioranza del popolo palestinese» ha rinnovato la speranza di «una Palestina dal mare al fiume e dal Nord al Sud». Nelle parole di Meshal è compreso pure il rifiuto dei «confini del 1967» che a suo parere «sono praticamente un quinto della Palestina e non possono essere accettati».

Si potrebbero fare molte puntualizzazioni in merito alle sue parole ma una le riassume tutte: lui e Hamas non sono i palestinesi. È vero. Il dramma di questa guerra è però che l’Anp, che dovrebbe rappresentare i palestinesi meno belligeranti, oggi è ininfluente o quasi. E con una guerra in corso la cosa non è certo laterale. Anche perché dal versante israeliano del conflitto il primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto sapere che la guerra in corso nella Striscia di Gaza fra Israele e Hamas potrebbe continuare fino al 2025. Per lui la durata del conflitto rappresenta probabilmente una garanzia di durata politica ma stavolta – viste le posizioni sul versante palestinese – la previsione ha anche una certa vicinanza con la realtà. Speriamo di sbagliare.

Di Jean Valjean

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Hamas dice no a due Stati e due popoli

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2024-01-27 16:36:56

2024-01-27 15:36:56

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