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title: Uno sguardo da non dimenticare
description: Gli scatti di Steve McCurry, la storia della fotografia contemporanea più iconica per ricordarci di non chiudere gli occhi.
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date: 2021-08-25
author: Contributor esterno
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categories: [Esteri, Una selezione di articoli de La Ragione in edicola]
tags: [fotografia, NATO]
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# Uno sguardo da non dimenticare

![Steve McCurry](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2021/08/Immagine-in-evidenza-2-2.png)

Gli scatti di **Steve McCurry**, la storia della fotografia contemporanea più iconica.

Nel 1979 un giovane fotografo americano entra nell’Afghanistan controllato dai *mujahidin*, l’invasione russa è alle porte. Attraversa il Paese, cuciti tra i vestiti ha rotoli di pellicola. Esercita l’arte del *reportage*, quella di chi rischia la vita per documentare quanto avviene nel mondo e che gli altri non possono o non vogliono mostrare. Si chiama Steve McCurry, si è laureato in cinematografia e teatro all’Università della *Pennsylvania* e scatterà l’immagine più iconica della fotografia contemporanea: “**Afghan Girl**”.

Nel 1984 viene contattato dalla redazione del “National Geographic” per realizzare degli scatti nei campi profughi lungo la frontiera afghano-pakistana. In quello di Peshawar un gruppo di bambini si raccoglie dentro una scuola, l’atmosfera è stranamente rilassata.

Tra di loro – l’espressione intensa, lo sguardo penetrante – c’è una bambina di 12 anni. I russi hanno bombardato il suo villaggio, tra le macerie ha dovuto lasciare anche i corpi dei suoi genitori. Scappata via, per due settimane ha attraverso le montagne per trovare un posto sicuro. Lo ha trovato finalmente in Pakistan. È timida, mentre i compagni alzano polvere lei si allontana.

**Un istante**: è quello che basta alla macchina fotografica di McCurry per realizzare un’immagine che supera tempo e spazio e diventa storia, simbolo, iconografia.

Per il fotografo lo scatto è una seconda scelta ma il direttore del “National Geographic” Bill Garrett intuisce il capolavoro e gli dedica la copertina. Stupore, applausi, successo. Della bambina si perdono le tracce, l’identità è ignota, rimarrà per molti anni “Afghan Girl”, la bambina dagli occhi verdi e col vestito rosso.

L’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 cambia gli equilibri del mondo, gli americani invadono la regione, i contatti diventano impossibili. Nel 2002 il regime talebano crolla e il “National Geographic” organizza insieme a McCurry una spedizione per ritrovarla.

Il campo profughi non esiste più, la bambina di allora è tornata in Afghanistan. Ormai ha trent’anni, un marito, tre figlie. Si chiama Sharbat Gula e non ha mai visto il suo ritratto.** I due si incontrano**. McCurry riconosce subito l’ex bambina, sul cui volto le rughe s’incaricano di testimoniare anni di sofferenze.

Lo sguardo però non è cambiato, rimane magnetico e impenetrabile, gli occhi sempre verdissimi. Sharbat si lascia fotografare per la seconda volta. Il titolo dato dal “National Geographic” al nuovo scatto non sarà molto originale – “Ritrovata” – ma la storia resta bella lo stesso.

Ora che i talebani hanno ripreso Kabul, che il silenzio si sporca di paura, che i corridoi sono stretti e per nulla umanitari e che le proteste del mondo sono soltanto un flebile brusio, a interrogare la nostra coscienza distratta rimangono **gli occhi glaciali di Sharbat Gula**. Vediamo di non chiudere i nostri.

di *Francesco Rosati*
