Groenlandia, caso ancora apertissimo. Intervista al professore Marc Lanteigne
Groenlandia: “L’Artico non è una frontiera silenziosa: è già un campo di battaglia geopolitico”, così Marc Lanteigne, professore di Scienze Politiche al The Arctic University of Norway, di Tromsø
«L’Artico non è una frontiera silenziosa: è già un campo di battaglia geopolitico» ci ha detto Marc Lanteigne. Professore di Scienze Politiche al The Arctic University of Norway, di Tromsø, uno dei massimi esperti al mondo di geopolitica artica e dinamiche polari, intervistato da La Ragione delinea un quadro netto dell’isola strategica.
Sugli attori esterni e la governance artica, risponde che «il riscaldamento globale e il ritiro dei ghiacci rendono l’Artico più accessibile che mai, aprendo rotte marittime, opportunità economiche e nuovi interessi strategici». Per questo, aggiunge, «Stati Uniti e Russia considerano di nuovo la regione cruciale, come non succedeva dai tempi della Guerra Fredda», mentre «Paesi non artici come Cina, India, Regno Unito, Francia e Giappone si sentono ormai stakeholder legittimi».
Secondo lui la Groenlandia è fondamentale «situata tra Europa e Nord America, sopra il GIUK Gap -corridoio strategico per sottomarini e navi- e ricca di terre rare e minerali critici, attira l’attenzione da Washington, Bruxelles e Pechino».
E sulla sovranità della Groenlandia, Lanteigne risponde che «la maggioranza dei groenlandesi sostiene l’indipendenza, ma la discussione riguarda tempi e modalità. Alcuni premono per un’uscita rapida in cinque anni. Mentre la maggioranza preferisce un percorso graduale di due o tre decenni per permettere all’economia di consolidarsi». Tuttavia, chiarisce un punto decisivo: «una domanda centrale è se una Groenlandia indipendente potrebbe garantire da sola la difesa, o se continuerà a dipendere da Danimarca, Stati Uniti o NATO».
Ed è qui che entra in gioco il rapporto con Washington, che, spiega Lanteigne, «potrebbe indebolire il sostegno locale all’indipendenza». Molti cittadini groenlandesi, aggiunge, «temono che una separazione troppo brusca dal regno danese li renderebbe più vulnerabili alle pressioni statunitensi», ricordando che «Nuuk ha già dichiarato di preferire restare nella corona danese piuttosto che un territorio americano».
Altro punto: la cooperazione di sicurezza e la competizione tra grandi potenze. Lanteigne sostiene: «le esercitazioni danesi in Groenlandia dimostrano l’impegno europeo e fungono da deterrente contro mosse unilaterali» e aggiunge anche che «essendo parte del Regno danese e della NATO, qualsiasi aggressione esterna attiverebbe l’Articolo V, trasformando immediatamente qualunque attacco in una crisi atlantica di vasta portata».
Chiarisce che questo «rende la Groenlandia una cerniera strategica dell’Alleanza». Ma rassicura: «Non ci sono segnali di un aumento delle attività militari russe o cinesi; la Cina non può mantenere una presenza navale prolungata nell’Artico, e la Russia non sembra intenzionata a provocare la NATO».
Sul ruolo dell’Arctic Council, Lanteigne è diretto: «Oggi il Consiglio rischia di diventare un organismo zombie, formalmente attivo ma incapace di produrre risultati concreti» e «le tensioni tra Stati Uniti, Danimarca, Canada e altri membri rischiano di paralizzare un organismo nato come forum scientifico e non progettato per conflitti diretti».
Sulla convergenza tra risorse e interessi strategici, risponde che «la Groenlandia possiede un enorme potenziale minerario -terre rare, uranio, metalli di base e preziosi- e il ritiro dei ghiacci facilita il trasporto verso mercati esterni». Aggiunge che «l’isolamento e il clima rigido comportano costi iniziali e infrastrutturali altissimi, e poche compagnie, incluse quelle statunitensi, hanno mostrato reale volontà di investire».
L’Artico, dice: «è un mosaico complesso di pressioni geopolitiche, aspirazioni di autonomia, interessi economici e sfide istituzionali», dove «cooperazione e competizione si intrecciano ogni giorno», e «le scelte dei prossimi anni determineranno equilibri non solo regionali ma planetari». Conclude: «Chi saprà bilanciare sicurezza, sviluppo economico e cooperazione multilaterale potrà guidare l’Artico verso un futuro stabile, gli altri rischiano di trovarsi travolti dagli eventi».
Di Anna Germoni
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- Tag: esteri, interviste