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“Ho guardato il mio braccio e non c’era praticamente più”

Mentre aiutava a distribuire medicinali e cibo nel suo quartiere, Olexander ha sentito un rumore assordante. Ha guardato il suo braccio e non c’era più, sfasciato da una granata russa scoppiata a pochi metri di distanza. Testimonianze dall’Ucraina.

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Le mani ruvide e callose di chi, di viti e bulloni, ne ha girati a centinaia. Dal suo letto di ospedale, Olexander Ipatiev di tanto in tanto se le guarda quelle mani, anche se una delle due è completamente fasciata (e sfasciata) da quando una granata gli è piombata a pochi metri di distanza.

Prima del 24 febbraio Olexander, 51 anni, era responsabile della manutenzione del sistema idraulico delle colonie estive, che durante la pausa scolastica venivano prese d’assalto da bambini e ragazzi e che quest’estate resteranno scheletri vuoti, senz’anima. Chissà se nella sua testa riecheggiano ancora gli schiamazzi e le risa di quei bambini o se ora c’è spazio solo per i sordi e macabri rumori-orrori della guerra.«Ero in abiti civili» racconta. «Aiutavo a distribuire medicinali e cibo nel mio quartiere quando a un certo punto ho sentito un rumore assordante. Non ho capito subito. Poi mi sono girato e ho visto che la casa alle mie spalle era stata rasa al suolo, quindi ho visto il sangue e quando ho guardato il mio braccio non c’era praticamente più: potevo vedermi nitidamente le ossa dell’avambraccio mentre un pezzo di lamiera mi aveva attraversato la spalla, portandosi via una parte del muscolo. Non so se riuscirò mai a recuperare la mobilità e a tornare a fare il mio lavoro».

Con lui c’era anche il suocero, che nell’esplosione ha perso un occhio. I primi a correre in loro soccorso sono stati proprio i militari russi. L’immagine di due uomini feriti – inermi e seminudi, con gli abiti a brandelli – è capace di far riaffiorare rimasugli di umanità anche nel cuore dell’invasore. «Così ridotto, il medico militare mi ha prospettato di “finire il lavoro” da solo. Secondo lui mi sarei dovuto amputare il braccio con un’accetta. Non ce l’ho fatta!». È impressionante anche solo scriverlo, ma «i militari russi – continua Olexander – sono addestrati a mutilarsi in casi come questi per evitare l’insorgere di cancrene e conseguenti infezioni. Mi hanno anche supplicato di non riferire all’esercito ucraino del loro aiuto. Ancora fatico a capire il perché di questa richiesta». La paura di mostrarsi troppo umani agli occhi del nemico? Solo loro conoscono la verità. «Mio suocero e io, a quel punto, abbiamo attraversato in auto quel che restava dei ponti, fatti saltare in aria per impedire ai carrarmati russi di avanzare. Ci sono stati momenti in cui il nostro mezzo aveva due ruote quasi nel vuoto; davvero non so come abbiamo fatto, ma siamo riusciti a raggiungere un checkpoint dove trovare aiuto».

Già in passato Olexander aveva combattuto in Donbass contro i filorussi. Non è uno che si impressiona a vedere un cadavere né appare sconvolto da quello che gli è successo, tanto che mentre ci racconta la sua terribile storia gli scappa pure una mezza risata. Ma quando gli chiediamo che cosa gli abbia fatto più paura in questi quasi due mesi di guerra, non ha dubbi: «Quella sensazione di non sapere dove stia il nemico. Camminare per strada e temere che da un momento all’altro un cecchino possa spararti alla schiena». Anche i soldati russi erano terrorizzati, ci dice: «Tremavano, sembravano spaesati. Credo che questa sensazione in fondo la provassero anche loro. Avranno avuto 25 anni al massimo, avrei potuto essere il padre. Quando gli ho detto che ero un lontano discendente della famiglia Ipatiev si capiva che non avessero mai sentito questo cognome in vita loro. Eppure è proprio nella “Casa Ipatiev”, a Ekaterinburg, che i Romanov, compreso l’ultimo zar Nicola II, vennero assassinati l’uno dopo l’altro a seguito della rivoluzione bolscevica».

Quando un giorno torneranno nelle loro case – sempre che salvino la pelle – che studino la storia del loro Paese per capire che l’Ucraina, già dal 1991, è uno Stato sovrano e che l’Urss non esiste più. Perché anche la conoscenza può essere un’arma potentissima.

 

di Ilaria Cuzzolin

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