Quel che resta della libertà di Hong Kong
| Esteri
Ieri Hong Kong ha festeggiato i suoi 25 anni dal ritorno di ex colonia britannica alla Cina in un clima dittatoriale, tra censure e preoccupazioni per il Covid19. Un clima ben lontano dalle premesse di libertà di quel 1° luglio 1997.
Quel che resta della libertà di Hong Kong
Ieri Hong Kong ha festeggiato i suoi 25 anni dal ritorno di ex colonia britannica alla Cina in un clima dittatoriale, tra censure e preoccupazioni per il Covid19. Un clima ben lontano dalle premesse di libertà di quel 1° luglio 1997.
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Quel che resta della libertà di Hong Kong
Ieri Hong Kong ha festeggiato i suoi 25 anni dal ritorno di ex colonia britannica alla Cina in un clima dittatoriale, tra censure e preoccupazioni per il Covid19. Un clima ben lontano dalle premesse di libertà di quel 1° luglio 1997.
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AUTORE: Francesco Radicioni
Quando un quarto di secolo fa la bandiera della Repubblica Popolare rimpiazzò la Union Jack a Hong Kong, la promessa di Pechino fu che per almeno cinquant’anni la città sarebbe rimasta un’oasi di libertà pur se sotto il governo del Partito comunista.
Mentre il 1° luglio 1997 la metropoli tornava alla Cina dopo 156 anni di dominio coloniale britannico, la formula «un paese, due sistemi» era la garanzia che Hong Kong avrebbe continuato a essere nota per la sua economia tra le più libere e aperte del mondo, per il suo vibrante panorama dell’informazione, per la libertà di parola e di manifestazione, per lo Stato di diritto e il sistema giudiziario indipendente.
Se sono stati proprio quei diritti inimmaginabili nel resto della Cina a plasmare l’identità di Hong Kong e dei suoi abitanti, con l’imposizione due anni fa della Legge sulla Sicurezza nazionale quella città appare oggi irriconoscibile.
Centinaia tra i volti più noti del movimento pro-democrazia sono in carcere o in esilio e nel mini Parlamento di Hong Kong non siede più alcun rappresentante dell’opposizione. Il quotidiano “Apple Daily” e altri media indipendenti sono stati costretti a chiudere, mentre quest’anno la città è precipitata al 148esimo posto nella classifica della libertà di stampa di Reporter senza Frontiere (nel 2002 si piazzava 18esima). Le draconiane misure anti-Covid imposte dal governo hanno anche messo un’ipoteca sul ruolo economico di questo hub finanziario internazionale e dato il via a un esodo di talenti: negli ultimi mesi in decine di migliaia hanno deciso di fare le valigie e lasciare la metropoli.
Imponenti misure di sicurezza, restrizioni sui media, preoccupazioni per l’aumento dei casi di Covid e allerta per l’avvicinarsi di un tifone: ieri Hong Kong ha celebrato così i 25 anni dal ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina, oltre che il primo viaggio del presidente cinese in città da quando è cominciata la stretta sulle opposizioni.
Per la prima volta dall’inizio della pandemia, Xi Jinping ha lasciato i confini della Cina continentale per una visita con cui voleva enfatizzare la salda presa di Pechino sulla città dopo le imponenti manifestazioni pro-democrazia del 2019. «Hong Kong ha resistito a una sfida dopo l’altra e ha superato un pericolo dopo l’altro» ha detto Xi Jinping appena sceso dal treno ad alta velocità arrivato da Shenzhen. «Dopo la tempesta, Hong Kong è però rinata dalle sue ceneri e mostrato una fiorente vitalità».
Mentre manca una manciata di mesi al Congresso del Partito comunista che dovrebbe affidargli un inedito terzo mandato alla guida della seconda economia del mondo, ieri Xi Jinping ha così potuto rivendicare che ora Hong Kong «ha messo fine al caos e alla violenza» e ribadito che la metropoli deve essere governata da «patrioti» fedeli a Pechino. Anche se il leader della Repubblica Popolare ha promesso di «sostenere lo status di Hong Kong come centro commerciale e finanziario», da ieri alla guida dell’ex colonia britannica c’è il falco e già zar degli apparati della sicurezza John Lee.
Il messaggio è chiaro: per la leadership cinese, la priorità continuerà a essere la repressione di ogni residuo di dissenso democratico in città.
di Francesco Radicioni
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