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I quattrini russi ci sono sempre stati

Non è una novità che la Russia elargisca finanziamenti politici e la storia lo insegna.

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La scuola è antica ed è anche ottima, dal punto di vista di Mosca. La notizia dei presunti finanziamenti elargiti dalla Russia a partiti o politici di 24 Paesi, planata con la delicatezza di un meteorite sulla campagna elettorale italiana, ha evidenziato un mix di ipocrita ingenuità e reale ignoranza. Le valigie di rubli consegnate per anni al Partito comunista italiano solo una realtà storica. Tutto origina da lì: dalla necessità di foraggiare il Pci, come i partiti comunisti ‘fratelli’ dell’Europa occidentale. I finanziamenti illegali furono parte dello schema, arricchito da una sapiente opera di infiltrazione. I sovietici erano maledettamente bravi in questo e nell’istruire via via le nuove reclute. Come un certo Vladimir Putin, arrivato giusto in tempo per assistere da oscuro tenente colonnello allo sfacelo dell’impero. Il sangue e la scuola del Kgb, nel suo caso, non mentono: super professionisti della disinformatia e della manipolazione dei media e degli intellettuali, perfettamente a proprio agio negli anni della Guerra fredda come nell’era digitale.

E qui si esce dalla storia e si entra nella cronaca, perché la Russia putiniana ha insegnato al mondo come si infiltrino le società moderne e digitalizzate. L’analista dell’Ispi – lo storico Istituto per gli studi di politica internazionale – ed esperta di Russia Eleonora Tafuro Ambrosetti individua un momento preciso in cui la Russia di Putin ha deciso di (tornare a) investire nelle ingerenze all’estero: «Era il 2008, con l’invasione della Georgia. Perché allora ci fu una netta presa di coscienza al Cremlino e una pianificazione di risorse, con l’obiettivo di influenzare le opinioni pubbliche mondiali». Dovremmo riconsiderare, insomma, quella guerra dimenticata. «Lo fecero in modi legali, con la creazione di “Russia Today” o canali tv simili, e altri illegali ampiamente documentati sia dai nostri servizi che dalle istituzioni europee».

Ne hanno pagato un prezzo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, con le accertate ingerenze russe all’epoca delle elezioni per la Casa Bianca (!) del 2016, con gli attacchi alla candidata democratica Hillary Clinton, e nei non meno decisivi tempi del referendum sulla Brexit. «Assolutamente corretto e provato – conferma Tafuro Ambrosetti – anche se poi va ricordato che i risultati realmente ottenuti dai russi sono oggetto di ampio dibattito. Ciò che non va mai dimenticato è che questo genere di attività va a sfruttare volutamente le spaccature più profonde nella nostra società e i temi più divisivi, come l’immigrazione, la famiglia tradizionale, i diritti civili. Non è un caso che un oligarca vicino a Putin sia stato indicato come il finanziatore del convegno di Verona sulla famiglia tradizionale».

Nessuno dovrebbe meravigliarsi dell’attitudine russa a manipolare la pubblica opinione altrui. Lo hanno sempre fatto, con nemici e amici. Per certi aspetti di più con questi ultimi, se si ha voglia di ricordare quali regimi distopici avessero messo in piedi nel Patto di Varsavia. Roba che al confronto le serie televisive di Netflix a volte sembrano le avventure di Topolino. Così come non si deve aver paura di sottolineare il diffuso antiamericanismo in Italia. Non c’è riflessione o commento, legati alla vicenda dei sospetti finanziamenti moscoviti, che non sia inseguito dal «Ma anche gli americani…». Un fenomeno che ha favorito le scelte più miopi di certa politica italiana nella legislatura che va a spegnersi.

Se molti hanno potuto guardare impunemente a Est o ai dittatori è anche perché tanti italiani continuano a raccontarsi una storia tutta loro dell’Europa e del dopoguerra. Una difficoltà che riconosce anche Tafuro Ambrosetti: «Se dovessimo scoprire una tangente o un’altra specialità in cui i russi sono fortissimi, il ricatto (i leggendari file “Kompromat”), interverrebbero servizi e magistratura. In casi di attività soft, come quelle cui facevamo riferimento, è tutto più pericoloso. Perché è molto meno intuitivo comprendere quanto siano deleterie certe iniziative per il dibattito pubblico in casa nostra».

Di Fulvio Giuliani

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