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title: "Idf: raid su un centro di comando di Hamas in un ospedale a Gaza. Un drone di Hezbollah &#8220;buca&#8221; le difese israeliane"
description: L’Aeronautica militare israeliana ha lanciato un “attacco mirato” contro terroristi di Hamas che operavano nell’ospedale Shuhada al-Aqsa
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date: 2024-10-14
author: Mario Catania
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categories: [Esteri]
tags: [guerra, hamas, israele]
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# Idf: raid su un centro di comando di Hamas in un ospedale a Gaza. Un drone di Hezbollah &#8220;buca&#8221; le difese israeliane

![Idf Hamas ospedale Gaza](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Idf-Hamas-ospedale-Gaza.jpg)

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2024-10-13 16:05:14

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Colloquio tra Giorgia Meloni e Benjamin Netanyahu. "Inaccettabile attacco a Unifil", ha dichiarato la premier

Giorgia Meloni chiama Benjamin Netanyahu per ribadire "l'inaccettabilità" degli attacchi di Israele contro i caschi blu in Libano.

La presidente del Consiglio - riferisce Palazzo Chigi in una nota - ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano in cui "ha ribadito l'inaccettabilità che Unifil sia stata attaccata dalle forze armate israeliane, ricordando come la missione agisca su mandato del Consiglio di Sicurezza per contribuire alla stabilità regionale". La premier ha inoltre sottolineato "l'assoluta necessità che la sicurezza del personale di Unifil sia sempre garantita".

Meloni, riferisce la Presidenza del Consiglio, "ha rinnovato l'impegno dell'Italia" in questo senso, "dicendosi convinta che attraverso la piena applicazione della risoluzione 1701 si possa contribuire alla stabilizzazione del confine israelo-libanese e garantire il ritorno a casa di tutti gli sfollati".

Una conversazione che arriva dopo che il premier israeliano ha rinnovato al segretario generale delle Nazioni Unite la richiesta di ritirare immediatamente le forze di Unifil dalla roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano.

E ha aggiunto: "Sfortunatamente, alcuni leader europei stanno esercitando pressioni nel posto sbagliato. Invece di criticare Israele, dovrebbero rivolgere le loro critiche a Hezbollah, che usa l'Unifil come scudo umano proprio come Hamas a Gaza usa l'Unrwa".

di Ruggero Fontana

Netanyahu all'Onu: “Via l'Unifil”. Colloqui con Meloni che risponde: “Attacchi inaccettabili”

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2024-10-13 16:05:17

2024-10-13 14:05:17

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2024-10-13 12:27:55

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Intervista al generale Antonio Li Gobbi, capo del Reparto Operazioni del COI: " situazione prevedibile, mi stupisco dello stupore"

La missione Unifil in Libano è sempre più a rischio, nonostante il ministro della Difesa, Guido Crosetto, abbia ribadito “Siamo in Libano e ci rimaniamo, con la forza del mandato delle Nazioni Unite”. Ma i rischi per il continente internazionale – e italiano – aumentano dopo che le forze di Israele hanno colpito nuovamente le basi della missione ONU.

“Questa situazione era prevedibile e mi stupisco dello stupore”, commenta a caldo il generale Antonio Li Gobbi del Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI), con alle spalle missioni ONU in Siria e Israele, interventi in ambito NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan e in servizio a Bruxelles.

“Il problema riguardo alla missione UNIFIL è che, come altre missioni ONU, può funzionare solo a patto che operi tra entità statuali che siano consenzienti e che siano in grado di esercitare un controllo effettivo su tutte parti in causa (e né Libano né Israele controllano gli Hezbollah, etero diretti da Teheran). Ogni volta che si è pensato di poter ampliare il ruolo militare dell’ONU, come ad esempio in Congo nel 1964, si è assistito a un fallimento, perché in campo c’erano anche milizie non statuali, come ora c’è Hezbollah in Libano o come in passato è accaduto in Somalia e in Bosnia, dove poi è subentrata la NATO, con ben diverso mandato, diverse regole d’ingaggio e soprattutto diversa credibilità politica”, spiega Li Gobbi.

Per il generale è fallito il principale obiettivo di Unifil, ossia il rispetto della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite: “Di fatto è disattesa da tempo: le forze israeliane si erano ritirate al di là della Blue Line, dove non avrebbero dovuto esserci operazioni militari, invece Hezbollah non solo ha proseguito con il lancio di missili sul nord di Israele, ma lo ha anche intensificato dopo il 7 ottobre”.

“Il punto è che l’ONU non è strutturata politicamente, prima ancora che militarmente, per condurre in proprio operazioni di peace enforcing, ma solo di peace keeping. Pertanto, una missione ONU si può istituzionalmente basare solo sul consenso delle parti al suo operato e questo si fonda sulla fiducia. Se uno degli attori (in questo caso Israele) ritiene che quella Forza non garantisca più il rispetto delle condizioni concordate e che consenta invece alla controparte di acquisire vantaggi ritenuti illegittimi, è inevitabile aspettarsi sfiducia nell’operato della missione ONU – sottolinea il generale - Per questo Israele ha chiesto a UNIFIL di arretrare di 5 km, per poter agire contro Hezbollah, che ha le sue postazioni proprio in quell’area. Non è perché, come qualcuno sostiene, non vuole che ci siano ‘testimoni scomodi’, ma semplicemente perché avere una forza frapposta impedisce le operazioni e, oltretutto, facilita Hezbollah che può contare sul fatto che l’avversario non lo colpisca per la prossimità con la missione”. Esiste anche un precedente analogo: “Accadde il 16 maggio 1967 da parte dell’Egitto in Sinai. All’epoca il Segretario Generale delle Nazioni Unite, U Thant, attese tre giorni, poi acconsentì. Neanche un mese dopo Israele, dovette lanciare un attacco preventivo per precedere l’ormai imminente aggressione egiziana (con la guerra dei sei giorni)”, ricorda il generale.

Ora sono però diverse le reazioni alle operazioni israeliane che hanno colpito Unifil, anche se la missione non viene meno: “Il ministro della Difesa, Crosetto, ha protestato ufficialmente e non poteva fare altrimenti. Qualche mese fa le nazioni contributrici più importanti (Italia, Francia e Spagna) avrebbero dovuto porre con forza il problema al Segretario Generale e al Consiglio di Sicurezza: o si cambia la missione per renderla in condizione di far veramente implementare la 1701 o si ritirano i contingenti. Quella finestra di opportunità temporale è, a mio avviso, ormai svanita. Adesso un ritiro del solo contingente italiano non può essere accettato politicamente e apparirebbe una fuga indecorosa, a meno che a livello di Consiglio di Sicurezza ONU non si decida il ritiro dell’intera missione”, spiega Li Gobbi.

Inevitabile pensare anche all’altro fronte, quello con l’Iran, verso cui ci si aspetta una risposta di Israele dopo il lancio di 200 missili, il 1° ottobre. “È molto difficile dire quale potrebbe essere. Per colpire le infrastrutture nucleari Israele dovrebbe consultarsi con gli Usa, che vivono un momento di estrema debolezza politica, sia per cambio di presidenza, sia perché il Presidente attuale è in gran parte delegittimato all’interno, dopo il ritiro dalla campagna elettorale. I due candidati, invece, è immaginabile che non si vogliano esporre oggi per motivi di prudenza. Credo, quindi, che potrebbe essere più percorribile la via di un attacco ai terminali petroliferi iraniani, che Tel Aviv potrebbe condurre autonomamente e senza neppure infastidire le monarchie sunnite, con le quali Israele deve continuare a mantenere aperto un dialogo. Ovviamente, però, Israele ci ha abituato anche ad attacchi imprevedibili”.

Difficile, quindi, pensare alla fine del conflitto a breve. “Personalmente non vedo grandi soluzioni all’orizzonte, perché tutte richiedono un coinvolgimento di Teheran. Ma finché in Iran c’è la teocrazia degli Ayatollah al potere si potranno vincere delle battaglie, come a Gaza, ma non raggiungere il termine delle ostilità. D’altro canto né egiziani né giordani vogliono rimanere coinvolti nella questione palestinese. In Libano finché non viene espulso Hezbollah non si risolve il problema degli attacchi dal sud del Paese e, infine, la persistenza di Assad in Siria ha la sua influenza sugli sciiti. È tutto interconnesso – chiarisce Li Gobbi - Si potrebbe solo auspicare che una sollevazione della popolazione iraniana possa rovesciare l’attuale potere, ma temo che ad oggi sia improbabile. Un conto sono le comunità cittadine, che possono dar vita a proteste a Teheran, ma gli Ayatollah godono di un forte sostegno nelle campagne, esattamente come in Afghanistan, dove si sono viste le conseguenze nel pensare che tutta la popolazione fosse pronta a ribellarsi ai talebani”.

Quanto alle potenze mondiali e a un loro possibile intervento come mediatori, “Forse ci vorrebbe il coinvolgimento degli Usa, che però non ci sarà almeno fino dopo le elezioni. Ma serve anche il contributo di Russia e Cina. Con quali contropartite, però? È immaginabile che queste richiedano qualcosa in cambio, magari rispettivamente in Ucraina e nel Mar Cinese meridionale, a Taiwan”.

di Eleonora Lorusso

Perché Israele ha colpito Unifil (ed era forse inevitabile che accadesse)

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2024-10-13 09:26:37

2024-10-13 07:26:37

L’antisemitismo, anche nel suo travestimento di antisionismo, ma anche le scelte oggi di Israele: impossibile provare a capirle se non guardando alla storia

Una grande donna ucraina, giunta negli Stati Uniti per fuggire alle persecuzioni anti ebraiche, poi partita per la Giudea e divenuta capo del governo israeliano, Golda Meir, disse che gli ebrei preferivano essere temuti piuttosto che compatiti. Perché di compatimento non si vive e spesso si muore. Quella radice ebraica, che non è occidentale ma senza la quale non esisterebbe l’Occidente, s’è provato in tutti i modi e in tanti secoli a estirparla, cancellarla, negarla con un furore che è negare sé stessi.

L’antisemitismo, anche nel suo travestimento di antisionismo, è il disperato e irrazionale bisogno di strappare una parte di sé e da sé un debito che accomuna la cristianità all’islamismo. Della stessa Giudea, con la sua più importante città, Gerusalemme, s’è quasi cancellata la storia che precede Gesù di un migliaio di anni, s’è posposto il figlio di Giacobbe al successivo Giuda Iscariota – il traditore di cui l’ebreo Amos Oz scrisse essere forse il solo che aveva veramente creduto a Gesù – talché il termine “giudeo” potesse essere utilizzato come insulto. Meglio essere temuti che compatiti. Ma essere temuti non può bastare.

Israele vive anche perché riconosciuto come una nostra frontiera, delle democrazie. Non fu (solo) il senso di colpa, per la Shoah, a produrre la rinascita dello Stato di Israele. Non furono i colpevoli, tedeschi e italiani in testa, a volerne il ritorno in Giudea. Fu il riconoscimento di un debito morale e culturale e della legittimità a occupare la terra dei padri. Questo è ancora valido e di questo Israele ha ancora bisogno.

Ora tocca a noi provare a capire cosa si è prodotto nella testa non degli ebrei della diaspora, impressionati dal riemergere del mai sparito antisemitismo, ma in quella di chi è nato israeliano. Il 7 ottobre 2023 non è un atto di guerra come tanti altri, di cui la storia d’Israele è piena: è il segno che la convivenza è impossibile. Che ci sarà sempre chi userà i palestinesi non per dare loro una casa e uno Stato, ma per distruggere casa e Stato altrui. Ora è l’Iran.

La missione Unifil si interpone fra una propaggine iraniana e sciita – Hezbollah, la cui missione è distruggere Israele – e Israele. Ha funzionato, è stata sufficiente? No. La missione Onu non assicura neanche il rispetto delle direttive Onu. Ma non si tratta solo di quello e non sarebbe bastevole per far sì che Israele spari contro i caschi blu. Quella missione è un pezzo di un mondo esploso il 7 ottobre, un mondo in cui non si cercava più la pace nella convivenza ma l’equilibrio nella contrapposizione fra estremismi che si negano e reggono a vicenda. L’opposto di quello che aveva sognato Oz, cui noi restiamo legati ma che non lega più Israele.

Vero che quella missione era inefficace e vero che agenzie Onu, a Gaza, celavano terroristi di Hamas. Ma era anche il tempo in cui il governo di Israele favoriva la sopravvivenza di quegli estremismi, li aiutava nel mentre li conteneva. Tutto questo è crollato il 7 ottobre. Per Israele quello è il giorno in cui nulla è più possibile se non la distruzione, perché l’Iran ha scatenato i suoi mercenari e ha violentato la sicurezza di Israele. Non erano più temuti e non volevano tornare compatiti.

Noi dobbiamo provare a capire questo. Ma fin dove può proseguire la reazione? Israele si appresta a colpire l’Iran, ma pensa anche di occuparlo? Nel mentre colpisce ha alle spalle un consenziente mondo arabo, che non ne può più del regime iraniano. Ma pensa di reggersi su quella garanzia? Cosa c’è nel dopo? E qui l’impressione politica è che il dopo non sia un elemento che riguardi l’attuale governo di Israele. Ma Israele sì. Questo il dramma, nel mentre Putin festeggia, gli Usa hanno un presidente lucido ma in uscita e un futuro forse non altrettanto sfavillante, mentre l’Ue non c’è.

Anche ieri Unifil è stata colpita. È una scelta che dice: fuori dai piedi, ce la vediamo noi. È una scelta frutto di errori israeliani, inerzie occidentali e aggressività iraniana. È una scelta, ma è sbagliata.

di Davide Giacalone

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2024-10-14 07:18:30

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