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Il confine di Minneapolis: barbarie e democrazia

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Davanti all’orrore di Minneapolis, però, sentiamo che un confine è stato valicato. Di fronte le barbarie di questi giorni, non accettiamo distinguo

barbarie

Il confine di Minneapolis: barbarie e democrazia

Davanti all’orrore di Minneapolis, però, sentiamo che un confine è stato valicato. Di fronte le barbarie di questi giorni, non accettiamo distinguo

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Il confine di Minneapolis: barbarie e democrazia

Davanti all’orrore di Minneapolis, però, sentiamo che un confine è stato valicato. Di fronte le barbarie di questi giorni, non accettiamo distinguo

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Oggi voglio sottolineare un ulteriore aspetto delle inqualificabili barbarie di Minneapolis: l’intollerabile cinismo e l’indifferenza colpevole di tanti a casa nostra.

Chi scrive ha sempre detestato il moralismo, il ditino alzato, la matita rossa e blu. Ognuno faccia e dica quello che vuole, nel rispetto del prossimo. Semplice.

Davanti all’orrore di Minneapolis, però, ho sentito che un confine è stato valicato. Non mi riferisco solo agli Stati Uniti d’America, perché gli Stati Uniti d’America non sono un Paese come gli altri.
Sono stati il nostro punto di riferimento irrinunciabile dal 1945 a oggi. Come scritto non so più quante volte – pur in un compendio di errori, esagerazioni, colpe – sono rimasti quello che con meravigliosa sintesi Bruce Springsteen definì “Land of Hope and Dreams”.

Non c’era la discussione: la terra della libertà, delle opportunità, del sogno di decine, centinaia di milioni di persone che hanno varcato gli oceani per costruirsi – spesso riuscendovi – una vita migliore.

Vedere quelle scene, quelle morti intollerabili, ingiustificabili, assistere alla recita a soggetto di un’Amministrazione che se fosse di una delle tante dittature o autocrazie così di moda non ci meraviglierebbe, ma a Washington ci terrorizza, obbliga a un profondo esame di coscienza.
Anche a distinguere le persone che ci circondano, in chi ha la capacità di comprendere la posta in gioco e chi invece fa finta di niente. Se ne frega o, peggio, tifa per questa versione imbarbarita e imbastardita della democrazia.

Ho sempre cercato di affrontare con onestà intellettuale, commettendo un’infinità di errori, i temi giorno dopo giorno. Ho accettato, ringraziando quasi sempre, le critiche più feroci. Persino gli insulti. Fanno parte del gioco, non mi offendono. Non di rado con chi mi ha dato del pennivendolo, giornalaio (perché sarebbe poi un’offesa?), schiavo di Berlusconi, Renzi, Draghi, Meloni, Salvini, Fratoianni, Tizio, Caio e Sempronio magari si sono costruiti rapporti di stima reciproca. Perché anche in modo crudo ci si può conoscere.

Davanti ai bambini deportati, arrestati, davanti a una mamma ammazzata con un colpo di pistola in faccia nella propria automobile, a un infermiere che ha cercato solo di difendere una donna da una brutale aggressione ammazzato anche lui con un’esecuzione non accetto distinguo. Proprio no.

Non per me che conto niente, ma per i principi con cui sono cresciuto a cui sono stato educato e a cui dedico – per quel che vale – il lavoro di ogni giorno. Quindi chi è d’accordo con questa idea di Stati Uniti, di democrazia non ha nulla a che fare con me.

Perché c’è un confine, come ci fu un confine tra chi scelse di lottare per la libertà la democrazia e chi scelse i fascisti e i nazisti. Pietà per tutti, ma non si possono equiparare.

Vedere oggi quel cialtrone di Bovino che ricorda il cattivo di Avatar fare il fenomeno indigna come essere umano, molto prima e molto più che come giornalista.

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