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Civili evacuati da Azovstal, un altro fallimento di Putin

Il Cremlino aveva detto che nessuno sarebbe uscito vivo, invece ieri 100 civili sono stati evacuati dall’acciaieria di Azovstal dopo due mesi di buio. Un incubo che continua per gli altri rifugiati, vittime innocenti della guerra di Putin.

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Quanto possono essere lunghi due mesi? Tantissimo, se rinchiusi in un’acciaieria trasformata in bunker. Fuori il rumore dei bombardamenti, dentro il tempo che scorre tutto uguale, tra la paura di morire e la flebile speranza di riuscire a sopravvivere.

Ci sono una bambina con il suo zainetto rosa (probabilmente tutto quello che resta della sua vita “di prima”) e una donna anziana sorretta da un militare, tra i cento civili che sono stati finalmente evacuati dall’acciaieria Azovstal a Mariupol. Erano lì da sessanta giorni, non avevano mai rivisto la luce del sole. Il Cremlino aveva detto chiaramente che nessuno di loro sarebbe sopravvissuto.

E invece, come abbiamo per fortuna visto succedere già nelle scorse settimane, i piani di Vladimir Putin non si sono realizzati. Loro, quei civili, soprattutto donne e bambini, sono stati tirati fuori da lì; almeno altri duecento rimangono ancora fra quei cunicoli.

Non sono ancora in salvo: devono arrivare fino a Zaporizhzhia, con il convoglio umanitario organizzato da Nazioni Unite e Croce Rossa. Per farlo, devono attraversare zone controllate dai russi. Ma hanno rivisto la luce e per tanti di loro questo è già un motivo per essere felici. Sono vivi, soprattutto. Mentre i bombardamenti russi sono già ricominciati, su quel che resta di Mariupol e su quel poco che rimane delle acciaierie.

Nei cunicoli sotterranei, dove si nascondono anche i combattenti del battaglione Azov, era stato allestito persino una sorta di ospedale, per cercare di curare i tanti feriti tra le persone rifugiate lì. Mancava tutto, le condizioni igieniche erano terribili eppure per due lunghi mesi si è cercato di sopravvivere.

Non è possibile immaginare il trauma che queste persone porteranno con sé. Come altri, che erano a Mariupol e sono riusciti a fuggire. Come Yuliia, che ha raccontato di aver fatto bere acqua piovana alle sue figlie perché dove si erano nascosti non c’era altro. Civili innocenti che si sono ritrovati a essere bersaglio e obbiettivo per ricattare una nazione che, ancora oggi e a dispetto di qualsiasi pronostico, non si piega.

Ci sono voluti sessanta giorni per tirarli fuori da quelle acciaierie, prima dell’inizio della guerra uno dei fiori all’occhiello dell’economia ucraina. Perché in tutti questi giorni i militari russi hanno continuato a sparare e a bombardare, senza sosta, impedendo di fatto di creare corridoi umanitari sicuri.

A Mariupol, che è diventata un po’ il simbolo di un conflitto che Mosca voleva vincere in pochi giorni e che invece si sta trascinando senza che si intravedano reali soluzioni. In tutto questo, a pagare il prezzo più alto sono naturalmente i più fragili: proprio quegli anziani, quelle donne e quei bambini che nei bunker aspettano una mano amica, qualcuno che li porti verso un posto in cui non risuonino più le sirene. Per cento che sono stati salvati tanti altri restano ancora lì, tra le bombe e le macerie di questo assurdo conflitto.

di Annalisa Grandi

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