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Il regime è disperato, ma non crolla ancora

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Mentre statunitensi e israeliani continuano ad avere il dominio assoluto dei cieli e a colpire incessantemente, il grande obiettivo del collasso del regime degli ayatollah è davvero credibile?

Il regime è disperato, ma non crolla ancora

Mentre statunitensi e israeliani continuano ad avere il dominio assoluto dei cieli e a colpire incessantemente, il grande obiettivo del collasso del regime degli ayatollah è davvero credibile?

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Il regime è disperato, ma non crolla ancora

Mentre statunitensi e israeliani continuano ad avere il dominio assoluto dei cieli e a colpire incessantemente, il grande obiettivo del collasso del regime degli ayatollah è davvero credibile?

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Ieri, un altro giorno di bombardamenti sull’Iran e di ulteriore decapitazione del regime, che a sua volta ha provato a reagire continuando a lanciare missili soprattutto su Israele, causando vittime e danni non irrilevanti.
Una reazione rabbiosa e dolorosa, ma militarmente insignificante, mentre statunitensi e israeliani continuano ad avere il dominio assoluto dei cieli e a colpire dove, quando e come vogliono spianando interi quartieri generali e colpendo uno a uno i leader della Repubblica islamica.

Nonostante questo, l’Iran è riuscito ad avviare il processo di sostituzione della Guida suprema Khamenei ucciso nei primissimi raid di sabato mattina.

È la conferma del grande dubbio da quarantott’ore a questa parte: oltre l’indiscutibile successo tattico cui facevamo cenno e la capacità di fare a pezzi la catena di comando, il grande obiettivo del collasso del regime degli ayatollah è credibile?
Per essere più precisi, non si capisce come possa essere raggiunto affidandosi esclusivamente agli attacchi aerei e sperando in una sollevazione popolare di massa che per ora non c’è.

Non per mancanza di coraggio, ma perché l’apparato statale e repressivo non si è vaporizzato sotto l’impatto terrificante delle migliaia di raid condotti dalle aeronautiche di Stati Uniti e Israele e dalla marina americana schierata nel Golfo.
Già ieri, mentre Donald Trump parlava di quattro settimane di attacchi (solo un giorno prima si era ben guardato dall’indicare una qualsiasi scadenza temporale), il governo israeliano ha chiarito i suoi obiettivi: cancellare le capacità missilistiche dell’Iran – target oggettivamente raggiungibile per i motivi sopraesposti – e poi “creare le condizioni per un cambio di regime”.

Indicazione ben più famosa e generica, perché nessuno è in grado di spiegare come si dovrebbero generare queste condizioni.
Se non con un’ipotetica rivolta di massa che passa da un collasso delle guardie della rivoluzione, della polizia morale e di tutte le altre strutture che hanno garantito decenni di terrore nel Paese e che non mostrano di liquefarsi. Almeno non ancora.

Il regime è spalle al muro e disperato, ma ancora più pericoloso per la popolazione. Perché pronto a qualsiasi cosa pur di difendere ciò che gli resta.

È pacifico che l’Iran non possa più rappresentare quella minaccia per i Paesi della regione a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni: la struttura militare è stata quasi spazzata via e gli ayatollah si sono dimostrati le tigri di carta che più volte avevamo sospettato essere. È spaventosa (dal loro punto di vista) l’incapacità di provocare danni reali a un nemico che sta facendo di loro quello che vuole.

Sono però ancora lì e Donald Trump si è detto pronto a parlare “con i nuovi leader” dell’Iran
. Frase che non vogliamo immaginare come possa essere vissuta da quelle ragazze e quei ragazzi che solo un giorno prima erano stati invitati alla rivolta, per prendere in mano le sorti del proprio Paese.

Di Fulvio Giuliani

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