Il rock è vivo e ruggisce contro Trump
Le tensioni negli Stati Uniti riaccendono il rock politico: dopo Bruce Springsteen, anche gli U2 pubblicano brani ispirati ai drammi recenti. Nel mirino la presidenza di Donald Trump, accusata di tradire l’American Dream. La musica torna così a farsi strumento di denuncia e mobilitazione civile
Il rock è vivo e ruggisce contro Trump
Le tensioni negli Stati Uniti riaccendono il rock politico: dopo Bruce Springsteen, anche gli U2 pubblicano brani ispirati ai drammi recenti. Nel mirino la presidenza di Donald Trump, accusata di tradire l’American Dream. La musica torna così a farsi strumento di denuncia e mobilitazione civile
Il rock è vivo e ruggisce contro Trump
Le tensioni negli Stati Uniti riaccendono il rock politico: dopo Bruce Springsteen, anche gli U2 pubblicano brani ispirati ai drammi recenti. Nel mirino la presidenza di Donald Trump, accusata di tradire l’American Dream. La musica torna così a farsi strumento di denuncia e mobilitazione civile
Una piccola-grande impresa il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’ha realizzata: far tornare in auge il rock politico.
Dopo il successo planetario della canzone di Springsteen “Streets of Minneapolis”, scritta e pubblicata nel giro di 48 ore subito dopo l’omicidio a sangue freddo di Reneé Good nella città del Minnesota, gli U2 sono tornati a sorpresa l’altro ieri con un EP (un tempo si sarebbe definito mini album tematico), intitolato “Days of Ashes”.
Un lavoro composto da sei brani profondamente politici e dedicati ai tragici eventi americani e non solo. Il primo singolo, “Song of the Future”, è infatti ispirato alla morte di una studentessa iraniana di 16 anni, Sarina Esmailzadeh, uccisa durante le proteste contro il regime degli ayatollah nel 2022.
Lo storico leader della band irlandese, Bono, si è limitato a dire che “Queste canzoni non potevano aspettare”.
È il momento che il rock torni a fare il suo mestiere. A urlare tutta la rabbia di chi non ci sta a girarsi dall’altra parte davanti alla violenza, i soprusi, la prevaricazione e il tradimento fragoroso e inaccettabile degli ideali che hanno distinto la civiltà occidentale negli ultimi ottant’anni.
Bruce Springsteen già nel tour mondiale concluso pochi mesi fa non mancava mai di accusare Donald Trump di aver corrotto la politica americana e voler farsi re di un Paese che fonda la propria identità nella ribellione alla dominazione straniera e al re (inglese). L’altro ieri, il leggendario rocker del New Jersey ha annunciato un tour nazionale per la prossima primavera, pensato e organizzato con lo specifico intento di cantare quel sogno americano che Trump sta cercando di distruggere, sostituendolo – dice Springsteen – con il desiderio megalomane di farsi re degli Stati Uniti, alla testa di un governo di corrotti. Testuale.
Un “Land of Hope and Dreams Tour” in 20 tappe che partirà proprio da Minneapolis e toccherà le città sconvolte dalle operazioni dell’Ice, per concludersi proprio a Washington DC. Per urlare in faccia al Presidente tutta la rabbia di un uomo che ha cantato e descritto come pochissimi altri la leggenda dell’american dream e della terra delle opportunità e della speranza. Il titolo di una delle canzoni più amate dallo stesso Bruce e ora del tour in partenza.
Se il rock ha un senso e vive ancora a decenni di distanza dalla sua esplosione negli anni Sessanta, lo deve proprio a personaggi di questa caratura. Alla voglia di non accontentarsi dello status di superstar.
Donald Trump li ricoprirà di offese e disprezzo ma la storia è piena di pittori, romanzieri, poeti e cantanti messi all’indice perché eretici o politicamente pericolosi. I grandi restano con noi, attraverso le loro opere e il messaggio del genio. Chi li voleva ridotti in silenzio o peggio è finito spesso inghiottito dall’oblio.
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