Il secolo di Henry Kissinger
| Esteri
Kissinger era un politico controverso ma sicuro protagonista indiscusso della politica Usa e di un bel pezzo di Occidente. La sua leadership, in ogni caso, mancherà
Il secolo di Henry Kissinger
Kissinger era un politico controverso ma sicuro protagonista indiscusso della politica Usa e di un bel pezzo di Occidente. La sua leadership, in ogni caso, mancherà
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Il secolo di Henry Kissinger
Kissinger era un politico controverso ma sicuro protagonista indiscusso della politica Usa e di un bel pezzo di Occidente. La sua leadership, in ogni caso, mancherà
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AUTORE: Fulvio Giuliani
Strano destino il suo: l’uomo che ha plasmato la politica estera degli Stati Uniti d’America e di un bel pezzo di Occidente in uno dei passaggi più delicati, esplosivi e controversi, l’uscita degli Usa dal disastro vietnamita, la prima apertura al dialogo con la Cina e le basi di un’altra prima volta storica – l’avvio del processo di pace in Medioriente che porterà agli storici accordi di Camp David fra Egitto e Israele – è rimasto per una lunghissima vita prigioniero di un’immagine stereotipata di potere per il potere.
Percepito come se non un guerrafondaio, di sicuro la longa manus dell’esercizio della forza statunitense di stampo imperialista. Indifferente o peggio – se necessario – ai principi dell’autodeterminazione dei popoli e della pace. Un’interpretazione oggettivamente ingenerosa della sua azione politica che a distanza di cinquant’anni viene ancora studiata per l’estrema raffinatezza e la qualità dei risultati. Che nel caso di Henry Kissinger si misurano in termini di decadi. Esattamente l’opposto di quella frettolosa lettura di corto respiro e di esclusivo vantaggio “americano” che molti ne hanno voluto dare.
Il problema, detto chiaro e semplice, è che quest’uomo arrivato lucido in modo impressionante al secolo di vita, si è mosso a un livello intellettivo così raffinato da apparire alieno a molti. Troppi. Se la politica estera Usa è stata identificata con la sua persona anche moltissimi anni dopo la fine dei suoi incarichi alla Casa Bianca non lo si deve solo a un attivismo culturale mai interrotto, ma a visioni e intuizioni rimaste d’attualità.
Corriamo il rischio di apparire banali, ma nell’attuale passaggio storico, fra crisi e complessità da far tremare i polsi, una personalità dotata della sua leadership – per prendere in prestito il titolo dell’ultimo libro dato alle stampe, di cui consigliamo la lettura se si vuol capire qualcosa del funzionamento degli Stati e degli equilibri di potere – servirebbe come l’aria che respiriamo. Qui non si tratta di santificare nessuno, gli errori per un uomo dalle sue responsabilità e nel suo tempo inevitabilmente furono numerosi. Visti con gli occhi di oggi, il che costituisce sempre un rischio di strabismo oggettivo.
Che Kissinger interpretasse come una minaccia il presidente socialista cileno (per meglio dire marxista) Salvador Allende è un fatto storico così come l’avere impegnato direttamente la Cia per contrastare attivamente Allende e appoggiato di fatto il sanguinoso golpe di Pinochet. Per Kissinger, il comunismo e il socialismo reale erano il male, con i comunisti ci potevi parlare – lo dimostrò in Cina – ma in un contesto di equilibrio di poteri mondiale e l’America latina per gli Usa costituivano l’incubo di una nuova Cuba. Faccenda di appena 10 anni prima, cerchiamo di tenerlo a mente.
Così come non va mai dimenticato che Henry Kissinger era un ebreo tedesco sopravvissuto alla Shoah e che quella ferita morale lo ha accompagnato per cento anni di vita. Israele non poteva essere uno Stato come gli altri ai suoi occhi, non di meno con Israele ebbe forti e aperti contrasti ed ebbe la capacità di trascinarlo a un’idea di dialogo con i nemici.
Parabola profondamente istruttiva in questi giorni di sordità e massimalismi.
di Fulvio Giuliani
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