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title: In Europa nessuno ce la farà da solo
description: In Gran Bretagna una maggioranza sempre più ampia di sudditi di sua maestà sarebbe favorevole a un forte riavvicinamento all’Unione europea
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date: 2024-12-13
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/esteri/in-europa-nessuno-ce-la-fara-da-solo/
categories: [Esteri]
tags: [Europa, inghilterra, Regno Unito, UE]
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# In Europa nessuno ce la farà da solo

![Gran Bretagna Unione europea](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/12/Gran-Bretagna-Unione-europea.jpg)

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2024-04-09 16:39:47

2024-04-09 14:39:47

Brexit e la chiusura dei confini di sua maestà verso l’Europa: una follia antistorica, soprattutto per i più giovani

In fin dei conti, è passata solo una manciata di anni eppure sembra un secolo da quando migliaia e migliaia di ragazzi italiani volavano a Londra per lavorare, imparare l’inglese, in buona sostanza cercare un’esperienza di vita e vedere un po’ che sarebbe accaduto. Respirando l’atmosfera di una delle capitali del mondo. 

Nella prima metà degli anni ‘10 fu un vero e proprio fenomeno sociale, con numeri ragguardevoli di nostri giovani connazionali emigrati nel Regno Unito. Facevano un po’ di tutto, il più delle volte lavori non particolarmente qualificati o emozionanti, ma quello che contava era vivere Londra. Sentirsi parte di una delle metropoli più cosmopolite, aperte e stimolanti della terra. Il resto sarebbe arrivato (forse) e se anche non fosse mai arrivato poco male: restava l’esperienza, la lingua e nella stragrande maggioranza dei casi qualcuno pronto ad accoglierti a braccia aperte al momento del rientro. 

Poi fu Brexit ed è finito tutto. Non di colpo, ma quasi e l’ultimo chiodo sulla bara di quel modo di interpretare la vita e le esperienze giovanili è stato piantato nelle ultime ore con la fine dei permessi accordati ai giovani lavoratori nel Regno Unito. Effetto proprio della Brexit e della chiusura dei confini di sua maestà verso l’Europa. 

Una follia antistorica, particolarmente sentita come assurda e innaturale dai più giovani, che avevano eletto Londra come patria naturale per la loro crescita personale e culturale.Fermiamoci un attimo a riflettere, perché questo è ciò che accade quando si presta orecchio alle narrazioni truffaldine, alle balle ripetute ossessivamente, alle visioni ristrette e opposte all’indirizzo a cui si sentono destinati istintivamente i nostri figli. 

Per loro, casa è Europa e la Gran Bretagna è (era) indiscutibilmente Europa e casa. Al pari di Parigi, Berlino, Barcellona, Tallinn o Stoccolma. Tirar su i muri è una fregatura in termini economici, perché in Gran Bretagna stanno cominciando a fare i conti con una scarsità imbarazzante di manodopera, mentre tutti i vagheggiati, meravigliosi vantaggi di Brexit non li ha visti ancora nessuno. 

Come se ciò non bastasse, il danno risulta enorme in termini morali e di futuro: Londra resta Londra, per carità del cielo, ma per milioni e milioni di ragazzi è stata semplicemente sostituita, per esempio, da Berlino. Non un dettaglio, a meno di credere che in pieno III millennio il nostro orizzonte sia destinato a limitarsi a quattro mura. 

Ne scriviamo perché anche noi siamo pieni di gente che vagheggia il ritorno al paesello e non fa che parlare dei bei tempi andati. Guardandosi bene dal sottolineare ciò che andrebbe replicato di allora, tipo l’inventiva, lo spirito di sacrificio, la voglia di lavorare e sperimentare. Non certo la vita soffocante e ristretta che qualsiasi ragazzo considera un obbrobrio da cui fuggire. Il futuro non l’ha mai costruito chi cammina guardando all’indietro

di Fulvio Giuliani

Brexit e chi nega il futuro. Anche da noi

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2024-04-09 16:39:52

2024-04-09 14:39:52

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2023-01-11 14:50:03

2023-01-11 13:50:03

Il paradiso della Brexit è rimasto immaginario, soppiantato da una realtà amara fatta di crescenti difficoltà per il mondo del lavoro, del commercio e dei servizi britannici

Sembra appena ieri, quando anche in Italia andava di gran moda la Brexit e il sostegno alla ritrovata “libertà” dei sudditi di sua maestà, finalmente affrancati dall’insopportabile giogo di Bruxelles. Il punto più alto raggiunto dall’ondata populista-sovranista, che nel 2016 fece tremare sino alle fondamenta la costruzione europea.

Il paradiso della Brexit è però rimasto immaginario, soppiantato da una realtà amara fatta di crescenti difficoltà per il mondo del lavoro, del commercio e dei servizi britannici. Brexit non funziona, come avevano avvertito tutti quei noiosi esperti a lungo sbugiardati come servi dell’Europa ma in fin dei conti solo onesti osservatori della realtà. Ormai cominciano a cedere anche i più feroci sostenitori dell’uscita dall’Unione: il 33% di coloro che pensano di votare per i Conservatori alle prossime elezioni sostiene che la Brexit abbia creato più problemi che soluzioni e opportunità. Il 22% di chi si dichiara vicino ai Tory crede che l’uscita dall’Ue sia stata positiva, mentre il 32% degli elettori potenzialmente conservatori pensa che l’addio all’Ue non abbia fatto una gran differenza.

Solo un sondaggio, si dirà, ma gli umori della pubblica opinione contano e un governo ancora in mezzo al guado, come quello del premier Sunak, non potrà non tenerne conto. Intanto, cosa impensabile solo pochi mesi fa, in terra britannica spuntano i primi politologi secondo i quali Brexit non è un processo irreversibile

di Marco Sallustro 

La Brexit non va più di moda

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2023-01-11 09:44:16

2023-01-11 08:44:16

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2023-09-11 11:00:25

2023-09-11 09:00:25

Il Regno Unito post Brexit è diventato sempre più asiatico, con migliaia di lavoratori provenienti dall'Asia e oggi anche al governo

Per non essere assorbito dall’Europa, il Regno Unito post Brexit sta diventando sempre più asiatico. Il dato è simbolicamente evidente già ai vertici del Paese: l’oriundo indiano induista Rishi Sunak primo ministro e l’oriunda indiana buddhista Suella Braverman ministro dell’Interno, entrambi conservatori; l’oriundo pakistano musulmano Sadiq Khan sindaco di Londra, laburista; l’oriundo pakistano musulmano Humza Yousaf first minister della Scozia, nazionalista scozzese.

Tutti costoro provengono evidentemente da famiglie che si erano già integrate ben prima del referendum sull’uscita dall’Unione europea. Ma in questi mesi la tendenza si è resa ancora più evidente nelle campagne, dove per i lavori stagionali – affidati in anni recenti soprattutto a rumeni o polacchi – si registra ormai una netta predominanza di braccianti provenienti dall’Asia Centrale: Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan…

Questi lavoratori hanno un visto di massimo sei mesi; il caldo di primavera ed estate permette loro di trascorrerli comodamente in grandi roulotte; ricevono un salario minimo orario di 10,42 sterline (ovvero 12,10 euro) che grazie a un bonus aggiuntivo (che può superare un ulteriore 50% per i più produttivi, a seconda della quantità di frutta raccolta) costituisce un bel gruzzolo nei loro Paesi di provenienza. Incassano comunque una cifra quasi tripla di quella che prenderebbero in Russia: in passato era la loro destinazione di migrazione stagionale preferita, ma adesso rischierebbero anche di venire arruolati.

Senza rinunciare a qualche lamentela, questi stagionali con esperienza del regime putiniano sostengono nelle interviste di apprezzare uno Stato di diritto in cui c’è la garanzia che il datore di lavoro paghi gli stipendi. È stato lo stesso governo britannico ad avviare fin dal 2019 quel Seasonal Workers Scheme che permette loro di arrivare nell’isola per fare fronte alla grave carenza di lavoratori agricoli dovuta alla Brexit. Su pressione degli agricoltori, secondo cui frutta e verdura marcirebbero nei campi senza forza lavoro straniera, i visti concessi possono arrivare a quota 40mila.

Agricoltura a parte, nonostante le promesse dei sostenitori della Brexit il numero degli immigrati è aumentato all’indomani dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Secondo uno studio pubblicato su “The Guardian”, nel 2022 i lavoratori extra-Ue hanno superato per la prima volta gli europei, con una media di 2,7 milioni contro i 2,5 milioni dell’anno precedente. La ricerca mostra anche come vari settori che un tempo facevano affidamento sui lavoratori dell’Ue – servizi di alloggio e ristorazione, amministrazione, vendita all’ingrosso, vendita al dettaglio e riparazione di veicoli – si sono spostati verso dipendenti extra-Ue e britannici.

Altri comparti come l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca dipendono ancora dai lavoratori provenienti dall’Unione europea ma hanno nondimeno registrato cambiamenti. La scorsa estate in questi settori soltanto una persona su sette era cittadina dell’Ue: un calo significativo rispetto al 23% precedente la pandemia. La percentuale di lavoratori extracomunitari è salita al 6%, rispetto al 2% nel 2019 e all’1% prima del referendum sulla Brexit.

di Maurizio Stefanini

Il Regno Unito più asiatico dopo la Brexit

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2023-09-11 09:12:04

2023-09-11 07:12:04

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