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In Ungheria non è una campagna elettorale: spie, intercettazioni e minacce

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Quello che sta accadendo in Ungheria non ha nulla a che fare con una normale campagna elettorale: intercettazioni, spie, pericolo di attentati veri o presunti

Ungheria

In Ungheria non è una campagna elettorale: spie, intercettazioni e minacce

Quello che sta accadendo in Ungheria non ha nulla a che fare con una normale campagna elettorale: intercettazioni, spie, pericolo di attentati veri o presunti

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In Ungheria non è una campagna elettorale: spie, intercettazioni e minacce

Quello che sta accadendo in Ungheria non ha nulla a che fare con una normale campagna elettorale: intercettazioni, spie, pericolo di attentati veri o presunti

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Budapest – Quello che sta accadendo in Ungheria non ha nulla a che fare con una normale campagna elettorale: intercettazioni, spie, pericolo di attentati veri o presunti. Domenica 12 aprile oltre 8 milioni di elettori saranno chiamati a scegliere se rinnovare la fiducia al primo ministro Viktor Orbán per la sesta volta (la quinta consecutiva) oppure voltare pagina. L’alternativa si chiama Péter Magyar, ex marito di Judit Varga, pupilla del premier e ministro della Giustizia dal 2019 al 2023, uscita dalla politica dopo la grazia controfirmata in favore di un dirigente di un orfanotrofio condannato per aver insabbiato abusi su minori.

Magyar si è formato a pane e orbanismo, deluso più per non aver ricevuto i ruoli politici di cui si sentiva meritevole piuttosto che dal sistema di potere messo in piedi dal primo ministro. Ha avuto l’abilità di costruire, a partire dallo scandalo della grazia, un’alternativa elettoralmente credibile in un panorama in cui per quasi vent’anni le opposizioni avevano sbagliato tutto il possibile. I vari leader che prima di lui hanno fallito possono presentare una serie di alibi, tra cui l’oggettiva occupazione della stragrande maggioranza dei media da parte di Fidesz. Eppure Magyar è lì: battendo in meno di quattro mesi il Paese palmo a palmo, alle elezioni europee del 2024 ha convinto quasi il 30% degli elettori, diventando la seconda forza politica e fagocitando il resto dell’opposizione. E l’ha fatto senza una vera proposta innovativa. Si alimenta degli scandali che colpiscono Fidesz – tanto è bastato per passare in vantaggio nei sondaggi – e del progressivo impoverimento degli ungheresi. Nonostante aumenti nominali degli stipendi e bonus diffusi, il governo non è infatti riuscito a stare dietro alla crescita generalizzata dei prezzi: con tassi d’inflazione annui del 5,1%, 14,6%, 17,1%, 3,7% e 4,4% tra il 2021 e il 2025, il costo della vita è salito complessivamente di quasi il 53%, erodendo il potere d’acquisto reale.

Il voto di domenica assume così i contorni di un plebiscito sulla figura di Orbán. Non servono programmi articolati. Certo, il premier parla di pace, energia e sovranità; lo sfidante di sblocco dei fondi Ue, lotta alla corruzione e prezzi. Ma i media si concentrano su tutt’altro.

Il governo prova a capitalizzare le minacce del presidente ucraino Zelensky, che ha evocato rischi per l’incolumità di Orbán dopo il veto sui 90 miliardi di aiuti Ue a Kiev. Lo stop da parte di Budapest è legato anche al danneggiamento delle condutture energetiche tra Russia e Ungheria, passando per l’Ucraina, di cui Orbán accusa Kiev. A rafforzare la narrativa del governo contribuisce anche la telefonata pasquale del presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha informato Budapest di aver sventato un sabotaggio – senza responsabili noti – al proprio gasdotto diretto in Ungheria.

L’opposizione si affida invece alle rivelazioni di un informatico diciannovenne vicino al partito di Magyar, che sostiene di essere stato contattato da presunti agenti dei servizi per agire come informatore. Un ex comandante di polizia denuncia inoltre che un’indagine per pedopornografia proprio su tecnici vicini al partito sarebbe stata trasferita ai servizi per motivi politici; la gravità dell’accusa giustificherebbe perquisizioni e infiltrazioni nei sistemi informatici del partito.

Completa il quadro l’intercettazione tra il ministro degli Esteri russo e quello ungherese, in cui Budapest si mostrerebbe disponibile a favorire la rimozione di sanzioni contro specifici cittadini russi. Un nuovo tassello che irrigidisce i rapporti con Bruxelles ma non con Trump, che manda oggi il suo vice J.D. Vance a Budapest per suonare la carica a Orbán ad appena cinque giorni dal voto.

Di Giacomo Ferrara

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