Iran, la ‘frenata’ di Trump dopo le minacce: cosa è successo?
È un altro giorno di guerra oggi lunedì 23 marzo in Iran. Donald Trump annuncia il rinvio dell’ultimatum contro l’Iran
Iran, la ‘frenata’ di Trump dopo le minacce: cosa è successo?
È un altro giorno di guerra oggi lunedì 23 marzo in Iran. Donald Trump annuncia il rinvio dell’ultimatum contro l’Iran
Iran, la ‘frenata’ di Trump dopo le minacce: cosa è successo?
È un altro giorno di guerra oggi lunedì 23 marzo in Iran. Donald Trump annuncia il rinvio dell’ultimatum contro l’Iran
Ore 15.00
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman starebbe spingendo il presidente americano Donald Trump a proseguire la guerra contro l’Iran, definendola una “opportunità storica” per ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente. Lo riferisce il New York Times, citando funzionari statunitensi informati sui colloqui tra i due leader, secondo cui Riad considera Teheran “una minaccia di lungo periodo che deve essere affrontata in modo risolutivo”, anche fino a un possibile rovesciamento del regime.
Il principe saudita avrebbe esortato Washington a non fermarsi, sostenendo che un’offensiva incompiuta lascerebbe un Iran più aggressivo e pericoloso per i Paesi del Golfo, e si sarebbe espresso a favore di attacchi contro le infrastrutture energetiche del regime, al fine d’indebolirlo ulteriormente. Gli analisti citati dal quotidiano sottolineano però una differenza di approccio: mentre Israele potrebbe considerare un successo un Iran indebolito e paralizzato da tensioni interne, l’Arabia Saudita vede in un eventuale collasso dello Stato iraniano una minaccia diretta alla propria sicurezza.
Riad ha tuttavia smentito ufficialmente questa ricostruzione, ribadendo di sostenere “una soluzione pacifica del conflitto” e sottolineando che la priorità resta “difendere il Paese dagli attacchi iraniani”.
Ore 12.30
Da Riad alla Florida passando per un numero incerto di cancellerie. E’ la ‘strada’ su cui è avvenuta l’annunciata frenata sull’Iran di Donald Trump, che prima ha minacciato raid su impianti e infrastrutture energetiche per poi parlare di uno stop di cinque giorni con l’obiettivo dichiarato di favorire quelli che ha definito “buoni colloqui”con Teheran. Un'”inversione di marcia improvvisa“, la definisce la Cnn, che cita fonti secondo le quali tutto è cambiato quando gli alleati degli Usa nel Golfo hanno insistito sul fatto che colpire quegli obiettivi avrebbe potuto portare a un’escalation disastrosa.
Il retroscena sulla retromarcia
La minaccia era di sabato, due giorni dopo – è la ricostruzione del Wall Street Journal – sono arrivate alla Casa Bianca notizie sui colloqui che si erano tenuti a Riad. E Trump ha frenato. I ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si erano riuniti prima dell’alba di giovedì nella capitale saudita per colloqui incentrati sullo Stretto di Hormuz e volti a trovare una via d’uscita diplomatica al conflitto che va avanti da 25 giorni, con le operazioni militari di Usa e Israele contro l’Iran e la ‘risposta’ di Teheran. Ma, secondo fonti arabe del giornale, il problema era trovare un interlocutore con cui negoziare in un Iran con una leadership decimata.
Così, prosegue il racconto del retroscena, l’intelligence egiziana è riuscita a trovare un canale con i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran iraniani, e ha presentato una proposta per uno stop di cinque giorni alle ostilità nell’intento di creare un clima di fiducia e condizioni per un eventuale cessate il fuoco. E il ‘cambiamento’ nella posizione di Trump, secondo il Wsj, è arrivato dopo una serie di colloqui a porte chiuse, tramite intermediari mediorientali, che avrebbero alimentato nei funzionari Usa la speranza di arrivare a un accordo. Oltre a riflettere quello che sarebbe, secondo fonti del giornale, un desiderio sempre più forte di Trump e di alcuni consiglieri del tycoon, ossia chiudere il conflitto alla luce delle ripercussioni interne, sul fronte politico ed economico.
Scettici restano, almeno nell’immediatezza, i mediatori arabi. Le parti restano distanti, evidenziano dietro le quinte. E alle dichiarazioni di Trump sui colloqui gli iraniani hanno presto risposto negando l’esistenza di contatti. Poi a Cbs News un funzionario del ministero degli Esteri di Teheran ha confermato che “tramite mediatori, abbiamo ricevuto considerazioni dagli Stati Uniti e sono allo studio”. Un passo che potrebbe preludere a colloqui, ha precisato la rete mentre si continua a parlare di un possibile incontro tra delegazioni di Usa e Iran in settimana in Pakistan. O, evidenzia il Wsj citando fonti americane e arabe, in Turchia.
Il lavoro dietro le quinte, l’elenco delle richieste Usa
Secondo le fonti del giornale, durante i colloqui della scorsa settimana i leader arabi hanno insistito sul monitoraggio dello Stretto di Hormuz da parte di una commissione neutrale per consentire il passaggio di tutte le navi e i Pasdaran hanno ribattuto di voler riscuotere per il transito delle navi. Un’idea che è stata contrastata da funzionari dei Paesi del Golfo. Ma è comunque proseguito lo scambio di messaggi, con il lavoro dietro le quinte – dicono funzionari europei e arabi – di Qatar, Oman, Francia e Regno Unito.
Anche alla Cnn hanno confermato il lavoro di molti Paesi (con Pakistan, Turchia, Egitto e Oman coinvolti nel lavoro negoziale), precisando però di non essere a conoscenza di negoziati diretti tra Usa e Iran dal 28 febbraio, a dispetto delle parole di Trump, mentre due fonti della regione hanno parlato – in linea con le dichiarazioni del tycoon – di un elenco in 15 punti con le ‘aspettative’ degli Usa fatto arrivare agli iraniani tramite i pakistani. Sarebbero le richieste ‘di sempre’ degli Usa a Teheran, ma tra i punti – secondo due fonti della regione citate dalla Cnn – ci sarebbero limitazioni alle capacità di difesa della Repubblica islamica, lo stop al sostegno ai proxy e il riconoscimento del diritto di Israele a esistere.
Tra le proposte è spuntata quella dei colloqui in Pakistan, che sarebbe piaciuta agli Usa, che – dice un funzionario Usa citato dal Wsj – potrebbero essere rappresentati dall’inviato di Trump, Steve Witkoff, e dal genero del tycoon, Jared Kushner, anche se – qualora un accordo fosse vicino – potrebbe esserci il vice presidente JD Vance. Un’ipotesi confermata da due fonti anche alla Cnn. Teheran potrebbe inviare il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Sul tavolo, ha detto una fonte alla rete americana, “ci sono varie proposte” e la diplomazia è al lavoro. Dalla Casa Bianca definiscono “fluida” la situazione relativa ai negoziati.
Chi darà il via libera a un accordo?
Intanto, osservano gli analisti, il regime è ferito, ma ancora piedi. E controlla lo Stretto di Hormuz. E mentre altri Marines vengono spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. E quindi chi darebbe, da parte iraniana, il via libera a un eventuale accordo? Il quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e l’emittente qatarina al-Jazeera mettono in evidenza il ruolo sempre più prominente di Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, come figura chiave in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema.
Prima dell’inizio delle operazioni di Usa e Israele contro l’Iran, il New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana e il cui successore nominato oggi è Mohammad Bagher Zolghadr, finora segretario del Consiglio per il Discernimento) fosse in cima nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui, Ghalibaf.
Ore 7.45
È un altro giorno di guerra oggi lunedì 23 marzo in Iran. Donald Trump annuncia il rinvio dell’ultimatum contro l’Iran, dopo colloqui “produttivi” avuti negli ultimi due giorni. “Ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni”, ha scritto sul suo social Truth. Poi, a Memphis, il presidente Usa ha detto che Teheran “ha accettato di non avere armi nucleari”
L’Iran nega che ci siano stati colloqui con gli Usa. Teheran “non ha condotto negoziati con gli Stati Uniti”, ha affermato il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammed Bagher Ghalibaf, che in un post su X ha bollato come false le parole di Trump sui colloqui in corso tra le parti. Ma un alto funzionario iraniano ha confermato ad Al Jazeera che negli ultimi giorni “sono stati trasmessi tramite Egitto e Turchia messaggi tra Teheran e Washington, in uno spirito di buona volontà per allentare le tensioni”.
Oggi l’Iran ha minacciato di collocare mine navali in tutto il Golfo se gli Stati Uniti e Israele attaccheranno le coste iraniane e le sue isole con l’invio di truppe di terra.
Il primo ministro britannico Keir Starmer e il presidente Usa Trump hanno avuto un colloquio telefonico nelle scorse ore durante il quale hanno discusso della crisi dello Stretto di Hormuz. I due leader “hanno convenuto che la riapertura dello Stretto di Hormuz è essenzialeper garantire la stabilità del mercato energetico globale”, ha dichiarato Downing Street in un comunicato, aggiungendo che “si risentiranno presto”. Cina e Russia contro blocco Hormuz: “Cessino operazioni militari”.
Esplosioni sono state avvertite nelle zone centrali, orientali e occidentali di Teheran e in tutto il Paese, dove sono state attivate le difese aeree. Ad Ahvaz, un ospedale è stato danneggiato dalle esplosioni come riporta al-Jazeera.
Intanto il Washington Post, citando funzionari della sicurezza americani e israeliani, scrive che la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è “ferita, isolata e non risponde ai messaggi che le vengono trasmessi”.
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- Tag: esteri
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